Misfatto: “La musica è una missione”

Un anno fa i Misfatto festeggiavano i loro primi trent’anni di attività: trent’anni di live, di collaborazioni, di canzoni, di successi. Dopo aver celebrato i primi tre decenni di carriera artistica, tornano con un nuovo album, “L’uomo dalle 12 dita“.

Il lavoro si fa portatore del tema della diversità, sia estetica che fisica. Dodici sono i brani che lo compongono, scritti nell’arco di dodici anni. Ancora una volta torna la loro attenzione ai testi ed ancora una volta il loro sound si evolve. Di questo e di molto altro ci hanno parlato in questa intervista.

 

 

Circa un anno fa avete celebrato i vostri primi 30 anni di attività. Com’è cambiato il mondo della musica in questi anni? È cambiato il vostro modo di “fare musica” e di “vedere la musica”?

Beh direi che non è cambiato solo il modo di fare musica, ma anche il modo di ascoltarla. Vinili, cassette, cd, mp3, streaming…tra un po’ di anni  forse non si farà neanche più musica, tanto da ascoltare ce ne sarà già molta… è la qualità inferiore del prodotto il vero cambiamento della seconda decade.

 

A proposito di cambiamenti. Nel corso degli anni il vostro sound ha subito varie modifiche. Sono state tutte volute, oppure ci sono state anche “evoluzioni naturali”?

È avvenuto sempre tutto naturalmente. Fino al 2010 con il compare fondatore Alessandro Chiesa, ed ora con Melody  Castellari e gli altri, tutto procede attraverso un’elaborazione delle canzoni attraverso  i giusti equilibri e gusti musicali della band. Logicamente io sono un tiranno democratico.

 

È uscito il vostro nuovo album, “L’uomo dalle 12 dita”. 12 brani scritti in 12 anni lo compongono. Quanto è stato difficile e quanto interessante mettere insieme canzoni scritte in un arco temporale così lungo?

Questo disco è stato soprattutto vissuto nel 2017. Preproduzione – registrazione – mix – master e tutto lo staff dall’ufficio stampa, management, è nato tutto lì. Ora l’album sta vivendo con i suoi 12 brani nel 2018, che hanno una radice solida negli ultimi anni, qualche canzone  è anche più vecchia e aspettava ad uscire nel momento giusto…

 

L’album (com’è intuibile dal nome) si fa portatore del concetto di diversità fisica ed estetica. Nasce, infatti, da un incontro… Ce lo raccontate?

Anni fa, dietro al bancone di farmacia, sono infatti laureato in farmacia e posso vendere i farmaci (e li conosco pure), incontrai un uomo di colore che aveva 12 dita (2 pollici per mano). Fu lui che mi mise a mio agio dicendomi che era abituato a reazioni horror da chi notava questo difetto. In realtà fui colpito anche dai suoi occhi, li aveva letteralmente fuori dalle orbite. Qualcuno pensò che avessi avuto un’allucinazione, ma è dalla realtà che nasce la fantasia, e poche volte il contrario.

 

 

 Il primo singolo estratto è “Ossessione Baudelaire”, feat. Dargen D’Amico. Com’è nato questo brano?

È uno dei brani più vecchi ed elaborati. Il tocco finale lo ha messo Dargen D’Amico, un autore veramente unico che ha completato l’opera con i suo testo nelle strofe rappato.

 

Uno dei brani che mi ha colpito di più è “Io e il tempo”. Qual è il vostro rapporto con il tempo che passa?

È proprio come dice la canzone, una coppia che non durerà. Anche se il rapporto dei Misfatto è piuttosto duraturo… duri a morire insomma (allegoricamente).

 

C’è anche una cover, “Apapaia” (brano dei Litfiba del 1986). L’avete scelta per il suo significato, perché è legata ad un periodo particolare delle vostre vite, oppure per qualche altro motivo?

È una canzone che ho ascoltato tantissimo nei primi anni novanta quando ero un ventenne ignorante e mangiamusica. Poi un anno fa anche Alberto (Zucconi), il cantante maschile della band me la propone. In una sera l’abbiamo provata e realizzata. In più,  per poco,  non abbiamo avuto ospite proprio Ghigo Renzulli…”ma è più difficile cambiare un’idea” (citazione da Apapaia stessa)

 

In questo periodo siete impegnati con il tour. Come sono andate le prime date? Quanto è importante per voi il contatto diretto con il pubblico?

Siamo partiti da Piacenza e Bergamo. Entrambe belle serate. Ma quanto è difficile la musica dal vivo negli ultimi anni. Sembriamo dei carbonari… a parte gli scherzi bisogna anche capire chi ti ascolta la prima volta, meno male che con spotify volendo uno ti ascolta prima…

 

Ultima domanda, forse la più difficile. Cos’è per voi la musica?

Penso sia una missione.

 

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