Laura Gramuglia, speaker e scrittrice: «La parte più bella del mio lavoro è la creazione»

Intervista con Laura Gramuglia

Laura Gramuglia è speaker, dj, autrice. È stata tra i conduttori di Weejay a Radio Deejay. Ha scritto di musica e donne su «Rolling Stone», «Tu Style», «Futura» e ha collaborato al lancio della piattaforma online radio e podcast «Spreaker». Per Arcana Edizioni ha pubblicato “Rock in Love – 69 storie d’amore a tempo di musica”, “Pop Style – La musica addosso” e “Hot Stuff – Cattive abitudini e passioni proibite. L’erotismo nella musica pop”. Per Fabbri Editori “Rocket Girls – Storie di ragazze
che hanno alzato la voce”. Su Radio Capital è autrice e conduttrice dei programmi Rock in Love, Capital Hot, Capital Supervision e Rocket Girls.

Laura Gramuglia
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Ciao Laura, è un piacere intervistarti. Iniziamo dalla tua storia. Sei una dj, conduttrice radiofonica
e una scrittrice. Come ti sei avvicinata a questo mondo?

Camilla cara, grazie mille a te per questa bella opportunità. Opportunità che nasce dalla voglia di condividere storie che premono per essere raccontate. Le stesse che animano il mio lavoro. Sono sempre alla ricerca di storie che sarebbe un peccato ignorare. Quando ti avvicini per la prima volta a qualcosa che ti appassiona, magari un libro o una canzone, non vedi l’ora di condividere l’esperienza con chi ti è accanto in primis e poi con chiunque sia disponibile a darti retta.

Nel mio caso nasce tutto da lì, quando ho scoperto il potere che aveva su di me la musica, ho capito che non poteva essere ignorato, dovevo farne qualcosa nonostante intorno a me non avessi molti esempi. Ho trascorso poi l’adolescenza in provincia e lì le cose si sono ulteriormente complicate. A volte non basta desiderare tanto una cosa per vederla realizzata. A volte non basta nemmeno il talento, figuriamoci. Posso dirti di essere partita da molto lontano, di avere intrapreso un percorso sghembo da autodidatta e poi di essere riuscita a indirizzare i miei sforzi in un’unica direzione appena ho avuto le idee più chiare. Quando non hai molti mezzi, competenze o talenti particolari, avere le idee chiare è fondamentale.

Cosa vuol dire essere una conduttrice radiofonica?

Per me essere una conduttrice radiofonica significa garantire all’ascoltatore qualcosa di nuovo, qualcosa che non ha mai ascoltato prima, non per mancanza di curiosità, ma di tempo. Chi mi ascolta sa che dovrà fare un po’ più di attenzione con me. In un momento in cui i grandi network si dirigono verso il modello di radio di flusso, io mi sento fortunata a proporre ancora contenuti e ringrazio Radio Capital che me lo permette.

Credo sia molto importante offrire a chi ti ascolta quello che non sa di volere. Siamo lì a posta. C’è così tanto in giro oggi. Trovo sia un privilegio enorme avere la possibilità di conoscere e scandagliare la scena più remota con un solo click. In questo Spotify ha abbattuto le distanze, puoi avere accesso ad artisti sconosciuti in qualunque momento. Per chi come me è ossessionato dalla possibilità di trarre una lettura sempre diversa da ogni esperienza d’ascolto, solo da poco ha i mezzi per studiare a fondo la cultura e la musica di altri paesi e di  sintetizzare questa ricerca in radio o nei propri dj set. Perché, al di là degli algoritmi più avanzati, a un certo punto forse serve ancora una persona in grado di assicurare l’esperienza più efficace.

Parliamo anche del tuo ultimo libro: Rocket girls, storie di ragazze che hanno alzato la voce. Come è nato?

Rocket Girls nasce da una passione, quella per la musica che permea la mia vita da sempre. Non saprei come fare altrimenti, ecco perché scelgo di declinare questa passione in tutte le forme possibili appena ne ho l’opportunità. All’inizio ho valutato l’opportunità di raccontare più storie, nomi sconosciuti probabilmente anche agli appassionati, il materiale era talmente tanto che ho pensato di servirmi di un fil rouge, ogni capitolo avrebbe raccolto artiste accomunate da un percorso simile, un’attitudine, un destino condiviso.

Alla fine ho scelto di mantenere questa narrazione per il programma radiofonico di Radio Capital che ho tratto dal libro, al lettore ho preferito garantire invece un’esperienza più fruibile. Ho pensato di sintetizzare il racconto attraverso le battaglie che ogni singola protagonista ha combattuto: Nina Simone e Joan Baez in prima linea per i diritti civili, le campagne di Beth Ditto contro la dittatura del corpo perfetto, Madonna e la discriminazione legata all’età delle donne, Kathleen Hanna e ancora prima Slits e Joan Jett impegnate a garantire modelli alle ragazze che desideravano farsi largo in una scena a maggioranza maschile. In questo modo mi auguro di essere arrivata anche a chi non ha mai ascoltato la musica di queste ragazze.

Spero anzi sia stato colto il suggerimento d’ascolto, quel brano che compare all’attacco di ogni capitolo e da cui prende il via la narrazione. E poi questo è solo l’inizio. 50 artiste sono davvero poche, ma sufficienti per raggiungere il primo traguardo, vale a dire la richiesta di attenzione. Non ero interessata a compilare un almanacco rock, in giro ce ne sono già tanti e poi basta aprire Wikipedia per scoprire per sommi capi la vita di ogni protagonista. Quattro pagine non sarebbero mai bastate e il rischio di lasciare storie incompiute era troppo grande. Rocket Girls è per prima cosa una richiesta di attenzione, una lettura che incoraggia a guardare oltre le etichette e a considerare la musica scritta, suonata e prodotta dalle donne non un genere a sé, ma un mondo ricco e sfaccettato quanto quello dei maschi.

Molti dei tuoi format radiofonici sono creati da te. Come si crea un format?

Oggi in radio conduco solo programmi da me ideati e scritti. Si tratta di format che esulano da quello che occupa abitualmente una fascia giornaliera quotidiana. Di sera e soprattutto nei mesi estivi c’è più spazio per la sperimentazione. Amo raccontare storie verticali che nascono sempre dalla musica, dall’ascolto ossessivo di un artista o di un album. A volte a vedere prima la luce è il libro, altre la trasmissione. Si tratta comunque di linguaggi molto differenti. Rocket Girls è stato pubblicato da Fabbri Editori a inizio giugno. Dopo pochi giorni ha debuttato il programma omonimo, ma nel frattempo avevo iniziato a scrivere tutto da capo. In radio non volevo affrontare monografiche, ma ragionare per macro temi, in questo modo sarei riuscita a coinvolgere più ascoltatori, anche i non appassionati a un nome o a un genere in particolare.

Si può pensare che il mio lavoro richiami più quello di un podcaster rispetto a quello di un conduttore radiofonico tradizionale, ma non è così. In radio non solo ho un clock da rispettare, ma devo anche tenere alta costantemente l’attenzione di chi mi ascolta affinché non cambi frequenza. Nel podcast l’attenzione di chi mi ascolta l’ho già portata a casa perché tra i tanti a disposizione ha scelto di ascoltare proprio me; ecco che allora posso tirare il fiato e aprire qualche parentesi in più all’interno della narrazione.

Qual è la parte più bella del tuo lavoro?

Non ho dubbi, la creazione. Quel momento in cui capisci che l’idea, non solo potrebbe funzionare, ma addirittura dialogare e aprirsi a più realtà. Perché ovviamente se non sei tu il primo a crederci al 100% difficilmente lo faranno gli altri. Del mio lavoro amo molto la libertà, la possibilità di chiudermi in casa per giorni a lavorare a un’idea sperando che gli altri possano apprezzarla allo stesso modo una volta oltrepassata la soglia di casa. Poi certo, bisogna mettere in conto e accettare il fatto che chi ti sta intorno non sia sintonizzato sulla tua stessa velocità di marcia, ma per quello c’è rimedio.

Quando sono proprio i tempi a essere sbagliati, ecco che bisogna essere in grado di accettare un cambio di direzione se non una ripartenza. Fino a qualche tempo fa guardavo ai miei testi mai pubblicati e ai miei format mai realizzati come a dei fallimenti da tenere chiusi a chiave in un cassetto. Oggi ho imparato a vederli più come tappe necessarie per arrivare alle fasi successive di lavorazione.

Ultima domanda. Se qualcuno volesse intraprendere la tua stessa carriera o entrare
nel mondo della musica, che consiglio daresti?

Ho iniziato a lavorare in una radio locale di Bologna alla fine degli anni Novanta. All’attivo avevo una collezione di dischi da fare invidia al più esperto dei dj, peccato solo la mia fosse immaginaria. Disponevo più che altro di scatoloni di mixtape fai da te. Avevo iniziato a scrivere recensioni, mai pagate, e mi ero messa in testa che una scuola di recitazione potesse risolvere se non tutti, molti dei miei problemi relazionali.

Fino a quel momento la radio l’avevo solo ascoltata, poi un bel giorno accompagnai il mio ragazzo dell’epoca a una specie di provino e alla fine ci finii io dietro al microfono. Una bella esperienza imparare a gestire diretta e regia. A scegliere la musica e a godere di una libertà pressoché totale sulla messa in onda. Su pc avevamo un programma in via di sperimentazione, quindi accadeva spesso di usare ancora vinili e nastroni, di notte soprattutto.

Ti racconto questo per aprire la finestra su un mondo che, così come l’ho conosciuto e abitato all’inizio, temo non esista più. Eppure sono convinta che non ci sia una sola strada, ce ne sono tante, ma pratica, continuità e dedizione restano la scuola migliore per chi è convinto di volere affermarsi in questo campo. Poi certo, chi è spigliata, sicura di sé, ha una marcia in più, ma alla speaker professionista con pronuncia impeccabile che fa acrobazie sulle rampe e non sbaglia l’intro di un pezzo, io preferisco l’emozione di chi sa di essere al posto giusto nel momento giusto, perché non potrebbe essere altrimenti. Se invece è il nome di una scuola che mi chiedi, allora posso farti quello dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. La sola, credo, che annoveri nel suo corso di studi il Master di I livello in Radiofonia.

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https://www.capital.it/conduttori/laura-gramuglia
Twitter e Instagram: @lauragramuglia

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