I Labrador: “La nostra regola è non darci troppe regole”

Il primo album de I Labrador, uscito l’8 ottobre per laCantina Records, si chiama Neoclassico: classico come gli spunti che la band ha preso dalla musica pop italiana dei decenni passati, ma che ha declinato con nuove sonorità e testi a volte inaspettati, rivisitando i grandi classici attraverso occhi diversi.

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I Labrador intervista

Ciao ragazzi, è uscito il vostro nuovo album. Come è stata la sua gestazione? È nato in modo naturale o ci sono stati diversi intoppi?

Travagliata, come ogni gestazione che si rispetti! ‘Neoclassico’ è il nostro primo album, un LP da 7 tracce disponibile per l’ascolto sulle principali piattaforme di streaming. Questo disco vede finalmente la luce nell’autunno del 2021, dopo una serie di singoli pubblicati tra quest’anno e lo scorso, gli ultimi due dei quali (‘Mastice’ e ‘L’America sei’) si ritrovano nell’album stesso. Pur mantenendo una certa univocità stilistica, i sette pezzi del disco hanno in realtà le origini più disparate. L’album è totalmente autoprodotto e registrato in home studio, con i limiti tecnici da una parte e la totale libertà che ne consegue dall’altra. Questo ci ha anche permesso di spaziare nel tempo e nella forma, di preparare qualcosa dal sapore un po’ differente ed unico, e di crescere noi stessi come artisti e come persone durante la produzione.

Cosa vi ha spinto a diventare musicisti?

Nessuno di noi tre è musicista di professione, né meno che meno ha una formazione accademica in tal senso. La musica è stata per noi un po’ un gioco e un po’ una passione sin da piccoli, di quelle che crescono con te e diventano parte integrante della tua vita senza nemmeno che tu te ne accorga. Poi, cosa c’è di meglio che scoprire che la tua passione può trasmettere qualcosa anche agli altri?

Come nascono i vostri brani? Qual è la scintilla che vi spinge a creare?

La nostra regola, almeno finora, è stata in realtà quella di non darci troppe regole. A volte l’ispirazione può venire canticchiando alla chitarra, altre volte giocando con il sintetizzatore, a volte provando in compagnia ed altre volte in solitaria. Ci sono pezzi che sono nati in una sera o poco più, altri che hanno richiesto tempi biblici per trovare la loro veste definitiva. Molti altri sono stati cestinati, o messi indefinitamente in pausa. A volte poi li riprendi in mano, e magari alla fine sono proprio quelli che ti danno maggiori soddisfazioni.

Leggere ed ascoltare molto sono poi sicuramente essenziali per chiunque abbia velleità creative. Non per lavorare di imitazione, quanto invece per permettere di vivere vite che non sono proprie, conoscere ed immaginare mondi ed emozioni diverse, ampliare la propria esperienza oltre le possibilità date dalla quotidianità. La curiosità è il motore che fa girare il mondo.

A quale canzone di “Neoclassico” siete più legati e perché?

Personalmente, a ‘L’America sei’. Semplicemente penso sia la più evocativa, narrativamente parlando. Un viaggio tra sogni, giovani speranze, qualche luogo comune e qualche rimando folk rock, con delle lyrics che si divertono a strizzare l’occhio a Simon & Garfunkel e Tracy Chapman. [Luca]

Io sono molto legato a “Zenzero”, uno di quei brani che hanno avuto origine nella notte dei tempi ed è stato lavorato e riadattato partendo da una base scritta molti anni addietro; ci sono legato perchè è stato scritto (la musica intendo) in un periodo per me un pò cupo e non dei più felici, e con le parole del testo Luca è riuscito a centrare in pieno quel mood malinconico e che lascia un pò l’amaro in bocca. [Lorenzo]

In assoluto direi che il pezzo a cui sono maggiormente legato è 1987. La canzone che ha visto nascere il nostro progetto per com’è ora. Nato nel 2017 e rivisitato a posteriori per essere maggiormente in linea con gli altri brani del disco. Trovo che il testo sia particolarmente evocativo e che c’entri in pieno quello che siamo e quello che vorremmo essere. Un occhio al futuro ma coi piedi ben saldi in delle radici che ci hanno portati dove siamo. [Riccardo]

Come avete scelto i singoli pre-uscita del disco?

‘Mastice’ è forse il pezzo-spartiacque nella nostra produzione, che ha visto una maggiore collaborazione in fase compositiva rispetto ai precedenti, e il raggiungimento di un livello qualitativo nella produzione finalmente soddisfacente per tutti. E poi, ha un ritornello catchy e spaccone al punto giusto, sempre però con un sotteso autoironico ed autocritico.

‘L’America sei’ è una favola moderna, ti fa sognare che tutto sia possibile, vedere la vita dalla posizione invidiabile di chi ha ancora tutto da scrivere.

Non stavamo nella pelle di condividerli con tutti.

Quali sono tre album che hanno segnato la vostra vita e perché?

Tre album che hanno segnato la mia vita? Ne pesco tre, non in particolare ordine, dal ben più ampio calderone dei miei album preferiti. Uno per ogni fase della mia vita: Rimmel, di Francesco De Gregori: il suono della mia infanzia. Pet Sounds, dei Beach Boys: il suono della mia fanciullezza e prima adolescenza. All Things Must Pass, di George Harrison: il suono della ricerca di risposte che ancora devo trovare. [Luca]

Primo posto: Nevermind – Nirvana. Grazie a loro ho preso in mano una chitarra per la prima volta.

Secondo posto: La mia moto – Jovanotti. Avevo non so 5 o 6 anni e cantavo “La mia moto” e “Vasco” a squarciagola. Terzo posto: Bohemian Rhapsody – Queen. Serve aggiungere altro? [Lorenzo]

Domanda difficile, difficilissima. Sembrerà scontato ma andando indietro, i miei primi ricordi musicali appartengono a quella che era la colonna sonora della mia infanzia, grazie ai miei genitori, e cioè i Beatles con, probabilmente Sgt. Peppers, ma direi tutta la loro discografia in generale. Facendo un salto in avanti devo citare Sam’s Town dei The Killers, che ha accompagnato gran parte della mia post adolescenza, con pezzi incredibili come Read My Mind e When You Were Young che ancor oggi mi fanno sognare e andare lontano. In ultimo direi Enema of the State, Blink-182, che mi teneva incollato al lettore cd portatile, il primo disco fisico che abbia mai comprato, e che mi ha fatto apprezzare la musica in modo viscerale e morboso. [Riccardo]

Se doveste descrivervi con un cocktail o una bevanda quale sarebbe e perché?

Qualcosa di dolce: forse una Piña Colada, o ancora meglio un White Russian, che con la dolcezza della panna e del liquore al caffè copre la botta della vodka, che però poi si fa sentire. [Luca]

Non me ne intendo di cocktail ho sempre adorato il gin-tonic e non ho mai bevuto altro. Direi che potremmo benissimo essere quella bottiglia di rum sul tavolo dei marinai la sera prima della pesca, accompagnato magari da dei biscotti super dolci. Perché siamo amari e “ruvidi” ma c’è un pò di dolcezza e romanticismo vecchia guardia che risuona in sottofondo. [Lorenzo]

Probabilmente un americano. Giusto per diverse occasioni. Semplice, ma non troppo facile da eseguire. Preparabile in miriadi di varianti, ma sempre riconoscibile, ovunque. [Riccardo]

Leggi anche –> Musica, come è cambiata l’industria musicale in dieci anni

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