“Dove sei” è il nuovo singolo e video di Beca, cantautore viareggino che sta portando avanti la propria crescita artistica attraverso numerosi singoli intimi ma anche caratterizzati da sonorità sempre più internazionali. Lo abbiamo intervistato.

Beca intervista
“Dove sei” è il tuo nuovo singolo: da dove nasce questa canzone, e in che momento del tuo percorso musicale si inserisce?
“Dove sei” nasce in un periodo in cui stavo riflettendo molto sul senso di solitudine che a volte ci coglie anche quando siamo circondati da persone. È un brano che parla della difficoltà di trovare davvero qualcuno che ci comprenda, in una routine fatta di incontri superficiali. Si inserisce in un momento di transizione nel mio percorso: sto cercando di fondere sempre di più la mia scrittura cantautorale con sonorità elettroniche più internazionali, senza però perdere l’intimità e la profondità dei testi.
Il brano unisce cantautorato italiano e influenze elettroniche internazionali. Come hai trovato questo equilibrio sonoro?
Per me la sfida è sempre quella di far convivere due mondi: la melodia e il racconto tipici del cantautorato italiano, con l’energia e l’estetica dei synth e delle produzioni elettroniche anni ’70-’80. Lavorando su “Dove sei” ho cercato un equilibrio che non suonasse forzato, ma naturale, come se la musica e le parole si rincorressero a vicenda. Ho ascoltato molto, ho sperimentato, e alla fine credo di aver trovato una forma che mi rappresenta davvero.
C’è un tono cupo, malinconico, ma anche un’urgenza emotiva molto forte. Quanto è autobiografico il pezzo?
Abbastanza. Non è un racconto letterale, ma riflette sensazioni vissute in prima persona. Quella domanda che si ripete nel ritornello – “Dove sei” – è una specie di grido, una richiesta di presenza, che può valere per una persona che manca, ma anche per una parte di noi stessi che abbiamo perso. È una canzone che ho scritto in un momento in cui mi sentivo bloccato in una serie di dinamiche ripetitive, da cui cercavo di uscire.
La collaborazione con Nicola Baronti alla produzione è ormai una costante: come lavorate insieme e cosa ha portato lui in questo brano?
Con Nicola c’è una grande sintonia. Riesce sempre a tradurre in suono quello che ho in testa, anche quando io stesso non ho ancora le idee chiarissime. In “Dove sei” ha lavorato molto sulla costruzione del crescendo emotivo, sull’equilibrio tra i suoni elettronici e gli elementi più caldi e organici. Credo che senza il suo tocco il brano non avrebbe avuto la stessa profondità.
Il videoclip racconta una storia d’amore attraverso lo sguardo simbolico di una sedia. Da dove nasce questa idea visiva?
La sedia è un oggetto carico di significato: sta ferma, osserva, assiste. In questo caso è testimone silenziosa della nascita, della trasformazione e della fine di una relazione. L’idea è nata insieme al collettivo Teatro Res 9, con cui ho collaborato per il video. Ci piaceva l’idea di raccontare una storia d’amore senza mostrarla in modo diretto, ma filtrandola attraverso un punto di vista inaspettato. La sedia diventa quasi un personaggio, con il suo carico emotivo, i suoi ricordi, le sue cicatrici.
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