Da America a Fotoromanza, la metamorfosi di Gianna Nannini

Di quelli che hanno messo l’anima nel microfono e il cuore su ogni nota, Gianna Nannini è senza dubbio una delle voci più selvagge e autentiche del rock italiano. Ma dietro quell’urlo inconfondibile, dietro i capelli spettinati, si nasconde una storia piena di fughe, ribellioni, ossessioni e amori mai convenzionali. Questa non è solo la storia di una cantante: è la cronaca di una donna che ha trasformato ogni frattura della vita in arte viscerale.

C’è una ragazza che nasce a Siena, il 14 giugno 1954, ma il suo cuore ha preso fuoco da un’altra parte. Forse a Berlino, in mezzo ai muri sbrecciati e alle filosofie ubriache. O forse in una stanza d’albergo, con un quaderno pieno di canzoni mai finite e una chitarra senza tutte le corde.

Figlia di una famiglia borghese, il padre produce dolci e il fratello Alessandro negli anni ’80 fa i primi passi in Formula 1.

Fin da piccola, Gianna non ha nessuna intenzione di restare tra le mura della convenzione, prende a pugni la tastiera del pianoforte, perché invece di Mozart vuole suonare le canzoni del suo amato idolo, Janis Joplin.

Certa che fosse necessario avere un mestiere per realizzare i suoi sogni, decide di lavorare nell’industria del padre. È lì che un giorno succede qualcosa, Gianna si taglia due falangi in una macchina, lì nasce il suo primo grido rock.

È stato l’inizio della mia voce rock, perché con un dolore così, con l’urlo, ti viene la voce rock”.

Negli anni ’70 si trasferisce a Milano. Studia composizione di Bruno Bettinelli e inizia anche a frequentare la notte, le cantine, i locali. Il rock non è più solo una passione, ma un’ossessione. Vuole trovare il suo suono, la sua rabbia, la sua identità.

C’è un momento nella vita di un’artista in cui la voce si fa spazio nella gola, ma ha bisogno di qualcuno che la tiri fuori. Per Gianna Nannini, quel qualcuno aveva l’aspetto di una donna che sembrava uscita da un film neorealista: la voce fumata, lo sguardo da pugile, la lingua affilata come un coltello da cucina. Mara Maionchi.

Il provino

Gianna arriva in una Milano grigia, con la sua voce sporca, entra negli uffici della Numero Uno, la casa di Battisti e Mogol. Canta. Non bene. Canta vera. Come se ogni nota dovesse saldare un debito con la vita.

Mara ascolta. Zitta mentre fuma. Poi dice:

“Non so se hai una carriera davanti, ma hai qualcosa che mi prende allo stomaco.”

E da lì non si sono più mollate. Gianna è il vulcano. Mara la lava. Una tira fuori il fuoco, l’altra lo indirizza. Si racconta che durante una sessione in studio, il tavolo della riunione non sopravvisse ad un litigio tra le due. Mara ruppe il tavolo e poi, da buona manager rock, glielo fece pagare.

La CALIFORNIA di Gianna

Il primo album esce nel 1976, ma è con California, nel 1979, che arriva la svolta. Dentro c’è America, un brano che ancora oggi sembra un pugno nello stomaco: parla di identità e di desiderio. In Italia la censura lo blocca, ma in Germania diventa un inno.

Certe canzoni non nascono. Esplodono.

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 “America” non fu scritta. Fu urlata. Nella gola di Gianna, quella parola – America – diventava un continente che non esisteva da nessuna parte, se non nel desiderio.

“America” non è una canzone: è un orgasmo in formato vinile.

 “Lei si morde la bocca

e si sente l’America…Fammi l’amore.”

Boom. Censura. Panico. La canzone viene vietata ai minori, le radio la boicottano, ma il popolo – quello vero – la compra. La canta. La fa diventare un inno liberatorio. La copertina raffigura la statua della libertà con in mano un vibratore a stelle e strisce. Si narra che il padre Danilo avesse chiesto fino all’ultimo ai discografici di rimuovere il cognome dal disco.

Tra i brani, “Io e Bobby McGee” , l’omaggio a Janis Joplin.

“America” è una canzone sul desiderio che non si può dire. Ma non solo erotico. È il desiderio di uscire da sé stessi, di diventare liberi in un’epoca che voleva donne educate, amori borghesi, frasi composte.

Si narra che …

Durante la registrazione del brano, una cassa saltò in aria. Una scintilla elettrica, un cortocircuito, forse il karma. Gianna rimase lì. Scossa, ma viva. Conny disse: “Adesso sì che abbiamo una canzone che brucia”.

Un’altra curiosità?

America è stata scritta nel 1979, il testo si deve, in parte, a Roberto Vecchioni. Dopo i due album quasi flop, la Ricordi decide di cambiare il team di produzione, affidando il tutto a Michelangelo Romano, all’epoca produttore di Roberto Vecchioni, a cui chiede un aiuto per la scrittura di America sulla musica di Mauro Paoluzzi.

Cosa è successo a Berlino

Berlino, crocevia di linguaggi sonori e laboratorio d’avanguardia negli anni ’80. Qui rinasceva il mito di Bowie, e qui approdarono molti artisti insofferenti ai limiti culturali dei propri paesi d’origine. Tra questi, anche Gianna Nannini, che nel 1982 lascia l’Italia e si trasferisce all’ombra del Muro, dividendosi un appartamento con una giovane Annie Lennox, entra in contatto con il giro di artisti internazionali tra cui Conny Plank. Dalla fusione tra l’impronta elettronica di Plank e il melodismo mediterraneo della rocker senese nasce Latin Lover: un album ambizioso, forse il più sperimentale e audace della sua carriera.

La svolta: tra malinconia e televisione

Poi succede qualcosa. Lentamente, quasi in silenzio. Gianna comincia a cambiare. Non smette di essere ribelle, ma capisce che la rabbia può avere mille forme. Anche una melodia.

Latin Lover (1982) è il disco ponte: c’è ancora l’istinto, ma c’è anche la forma. Ci sono ballate che si piegano al sentimento. È in tour in mezzo mondo, vive tra Londra e Milano, inizia a frequentare gente come Michelangelo Antonioni e Giorgio Gaber.

Verso il 1983, Gianna comincia a sentire che qualcosa sta cambiando dentro di lei. La rabbia è ancora lì, ma ha imparato a diventare più sottile, meno urlata. Inizia a scrivere con una nuova consapevolezza: vuole che la sua musica arrivi, che emozioni. È lì che inizia a prendere forma Fotoromanza.

Il 1984, con l’uscita di Puzzle, la Nannini adotta un linguaggio più melodico e radiofonico, senza però abbandonare del tutto la sperimentazione. L’album fa largo uso di sintetizzatori e suoni plastici anni ’80, che incorniciano la sua tipica vocalità ruvida e viscerale.

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Il singolo Fotoromanza è il traino dell’album: un brano elettropop, diretto da Michelangelo Antonioni, di cui il videoclip amplifica il successo: Fotoromanza diventa il tormentone dell’estate, vincendo Festivalbar, Vota la Voce e un Telegatto per il miglior testo dell’anno. Rimane in vetta alle classifiche per due mesi, mentre l’album Puzzle si mantiene per oltre sei mesi nella Top 10 italiana.

Fotoromanza: il videoclip

Il videoclip – firmato da Antonioni – è il primo esperimento italiano di contaminazione tra cinema d’autore e musica pop. Gianna diventa un’icona anche in TV. Non è più solo la ragazza in jeans e stivaletti: è una donna che sa cosa vuole. Il viso scavato, la voce più matura, la postura più consapevole.

Puzzle è il disco della svolta: più melodico, più accessibile, ma mai banale.

La canzone nasce da un’urgenza personale, come spesso accade per lei. È una riflessione sull’amore, sulle illusioni, ma anche sulle immagini stereotipate della felicità. Gianna prende di mira i fotoromanzi degli anni ’70 e ’80 – quelle storie d’amore tutte sorrisi, lacrime e finali lieti – e li usa come metafora per parlare di una realtà diversa, più complessa, meno patinata.

Musicalmente, Fotoromanza è più orecchiabile, un brano sofisticato su un tappeto sonoro moderno, elettronico, stratificato. È un pop nuovo, con il cuore rock e l’abito pop. Il testo è ironico, amaro,come se Gianna, per la prima volta, cantasse non più “contro” ma “dentro” qualcosa.

Il pubblico cambia: non solo più rockettari e alternativi, ma anche famiglie, ragazzi, donne, persone che non l’avevano mai ascoltata prima. La sua voce ruvida e graffiata, la sua presenza androgina e fiera, diventano simbolo di una nuova femminilità: forte, libera, non conciliata.

 L’epilogo

Con Fotoromanza, Gianna Nannini cambia senza rinnegarsi. Non si “svende” al pop, ma lo reinventa a modo suo. Scrive canzoni che parlano d’amore, di libertà, di corpo, di anima, con un linguaggio che sa essere semplice e profondo insieme.

Riascoltandoli oggi, California e Fotoromanza sembrano parlare due lingue diverse. Ma hanno lo stesso cuore. Uno batte forte, l’altro batte piano. Ma entrambi dicono che Gianna non ha mai smesso di cercare. E forse è proprio questo che fa di lei un’artista vera: non il suono, ma la fame che resta.

Oggi, Gianna Nannini è una donna che ha attraversato il tempo senza mai diventare immobile, è madre, è scrittrice, è artista totale. Ha portato la sua musica nei teatri d’opera e nei palazzetti, ha messo in scena la fragilità e la forza, l’amore e la rivolta, sempre con la stessa onestà feroce.

In un’intervista ha detto:

“Sono nata nel 1983.”

È la consapevolezza che prima c’era l’istinto, l’urgenza, la foga. E che da quel momento in poi, da Fotoromanza in avanti, è nata la Gianna che ha imparato a trasformare la rabbia in linguaggio, il dolore in musica, la ribellione in arte condivisa.

Il 1983 è l’anno in cui ha capito che poteva essere libera non solo urlando, ma anche sussurrando. Che si può entrare nel cuore della gente senza smettere di essere sé stessi. Da allora, Gianna non ha mai più chiesto il permesso. Ma ha imparato a farsi ascoltare da tutti.

Leggi anche -> Sex Pistols – L’urlo sporco di una generazione Punk

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