Alessandro Zappulli è un cantautore romano classe ’85, attivo da circa vent’anni nella scena musicale: prima come membro di diverse band, e oggi come solista a Brescia.
La sua musica fonde gli elementi del post-punk e della new wave degli anni Ottanta, oltre che quelli del cantautorato italiano. I suoi testi si dimostrano attenti e con uno sguardo analitico e critico sulla realtà contemporanea.
La sua musica fonde gli elementi del post-punk e della new wave degli anni Ottanta, oltre che quelli del cantautorato italiano. I suoi testi si dimostrano attenti e con uno sguardo analitico e critico sulla realtà contemporanea.
Fuori Tempo Massimo è il titolo del suo primo album previsto in uscita a novembre 2025, al quale sta attualmente lavorando assieme al producer Giovanni De Relitti e al Blue Moon Studio di Firenze.
Nel frattempo, Zappulli ha pubblicato i primi tre singoli da solista sotto etichetta Bravehop Records e su distribuzione Virgin Music: Le spose, Non trovi anche tu e Terra di nessuno, uscito qualche giorno fa.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo per BM, per parlare del suo percorso, della sua musica e delle riflessioni che animano il nuovo progetto. Ecco cosa ci ha raccontato.
Alessandro Zappulli – Intervista
Iniziamo dal tuo rapporto con il pubblico: sei molto attivo sui social, tra canali che affrontano argomenti e tematiche di vario tipo. I social sono strumenti potenti per comunicare e diffondere la propria voce, ma come artista forse il peso di questa esposizione diventa maggiore. Pensi che la tua musica possa aiutare a riflettere o influenzare le persone, in un contesto sociale come quello attuale?
Le canzoni che scrivo sono, prima di tutto, un modo per comunicare. E’ una delle esigenze più primitive che ci accompagna da sempre in quanto esseri umani, e nel corso dei millenni abbiamo sviluppato ogni mezzo possibile per farlo, fino alle tecnologie di oggi. Detto questo, non scrivo con l’intenzione di influenzare nessuno, il mio punto di vista è sempre molto personale. Se però quello che scrivo riesce a stimolare una riflessione, un pensiero critico e lucido in questi tempi un po’ troppo assopiti, allora non posso che esserne felice.
Relativamente ai social, diciamo che negli ultimi 3 anni li ho adoperati sin troppo. Adesso ho deciso di staccare un po’, per concentrarmi principalmente sulla musica. Sono un cantautore, e non amo l’idea di essere etichettato come content creator, con il rischio che venga messa in secondo piano la cosa a cui tengo di più.
Hai pubblicato tre singoli da solista fino ad oggi. Le spose affronta il tema della fuga e della liberazione, se vogliamo anche la rottura dalle istituzioni (la sposa che fugge dall’altare): la sposa diventa un archetipo all’interno di uno scenario quasi fiabesco, ma dal sottofondo cupo e drammatico; Non trovi anche tu ha invece un tono quasi confidenziale: la crisi personale e il freddo interiore sembrano specchiati in un disagio esistenziale più ampio. Quale è il filo conduttore tra i due brani, e in generale tra le tracce dell’album in uscita?
Diciamo che il tema principale di Le Spose è la violenza di genere e l’emancipazione femminile, mentre Non trovi anche tu nasce invece da una vicenda più personale e tocca il tema della salute mentale. Se dovessi trovare un punto in comune tra questi due brani e gli altri contenuti nel resto dell’album, direi che è il sentirsi estranei rispetto all’ambiente che ci circonda, spesso ostile.
Non mi trovo a mio agio in questi tempi, nel luogo in cui vivo e con la maggior parte delle persone che lo abitano. Sono certo che ci siano molte altre persone che si trovano nella mia stessa situazione, senza riuscire a capirne esattamente la motivazione, come se fosse il risultato di un insieme di cose. Fuori tempo, fuori fuoco, fuori fase. Abbiamo bisogno di riconoscerci.
Terra di nessuno è invece il tuo ultimo singolo: anche qui c’è un cambio nel tono e nello scenario, da cui emergono immagini di odissee individuali, vittime ed ingiustizie sociali. Forse il tema centrale è proprio quello dell’impegno sociale e politico. Quanto pensi che la musica possa raccontare la storia e le contraddizioni del nostro tempo senza scivolare in retorica?
Quando si scrive relativamente a temi sociali, senza sconfinare necessariamente nel politico, il rischio di cadere in una retorica insopportabile è sempre dietro l’angolo. Nel ritornello di Terra di nessuno, in un certo senso, ho cercato di smontarla questa retorica, mostrando il vuoto che spesso si nasconde dietro l’ideologia.
Il riferimento al “fumo” non è casuale… In realtà, il brano parla soprattutto di aspettative disattese, di speranze tradite, di promesse non mantenute che questo Paese ha rivolto ai suoi figli nel corso dei decenni, e che continua a disattendere ancora oggi.
La scelta dei testi e delle immagini nelle tue canzoni non è mai casuale, e spesso traspare una tua filosofia personale insieme a una grande cura per i dettagli. Penso, ad esempio, a Le spose con la donna che “schiaccia la testa al serpente”, alla psicologia dei protagonisti dei tuoi brani, e al tuo ultimo singolo con riferimenti storici e un testo più diretto. Quando componi o scrivi, pensi sempre in termini poetici, oppure il tono dei testi si adatta al contesto della canzone, modulando stile e registro a seconda del brano?
Ultimamente mi capita spesso che mi vengano fatte domande relative al mio stile di scrittura, e confesso che non so mai bene come rispondere, perché in realtà non c’è un metodo nel modo in cui scrivo canzoni… Scrivere per me è un procedimento simile al flusso di coscienza, quasi al limite della scrittura automatica.
Più che altro c’è qualcosa che “cova” dentro: nasce dal vissuto e dall’osservazione, da stati d’animo quasi mai in equilibrio e da malesseri che riesco ad esorcizzare soltanto scrivendo. Ma in un certo senso, quando una canzone è matura per uscire, si scrive quasi da sola.
Più che altro c’è qualcosa che “cova” dentro: nasce dal vissuto e dall’osservazione, da stati d’animo quasi mai in equilibrio e da malesseri che riesco ad esorcizzare soltanto scrivendo. Ma in un certo senso, quando una canzone è matura per uscire, si scrive quasi da sola.
Dai tuoi testi emerge una solida cultura letteraria, probabilmente rafforzata dai tuoi studi. Ampliando lo sguardo oltre l’ambito musicale, ci sono autori, artisti o movimenti culturali che ti hanno ispirato nella scrittura dei tuoi brani o, più in generale, nel tuo pensiero?
Non saprei, forse solo indirettamente. Ammiro la vivida ferocia descrittiva di Céline, l’immaginazione senza limiti di Calvino, la capacità di analizzare la società di Roth: sono alcuni dei miei autori preferiti e hanno caratteristiche che apprezzo molto, soprattutto quando si tratta di scrittura… ma non mi sento di dire che ne ho tratto ispirazione, perché sarebbe mostruosamente presuntuoso.
Credo piuttosto che nel formarci come individui assorbiamo come spugne i libri che leggiamo, ma anche i film che guardiamo, i viaggi e le esperienze di ogni genere che facciamo. Quello che poi produciamo è semplicemente una conseguenza di tutto questo.
Credo piuttosto che nel formarci come individui assorbiamo come spugne i libri che leggiamo, ma anche i film che guardiamo, i viaggi e le esperienze di ogni genere che facciamo. Quello che poi produciamo è semplicemente una conseguenza di tutto questo.
Parliamo invece dei generi musicali che ti ispirano di più: oltre al post -punk e alla new wave italiana, che sappiamo già essere i tuoi riferimenti, c’è sempre il tema dei confronti. Molti commentatori hanno paragonato la tua musica a quella di De André, Guccini o altri cantautori, mentre tu hai spesso indicato Federico Fiumani come punto di riferimento. Cosa ti colpisce o ti ispira di lui?
Una certa sfacciataggine, il totale menefreghismo nei confronti del sistema musicale italiano, la capacità di scrivere in modo estremamente alto o basso a seconda delle necessità, con la stessa efficacia. Mi colpisce anche il suo approccio diretto allo strumento e, in generale, persino il suo pessimo carattere – che condividiamo.
Nel corso della tua carriera solista, ci sono stati momenti che ti hanno cambiato nell’approccio alla musica o nella tua crescita come artista? Quali ostacoli o limiti senti di aver superato?
Ti ringrazio per aver adoperato il termine “carriera”, ma al momento non la definirei tale… sono ancora, ahimè, nel limbo senza fine di chi non fa di questa passione un lavoro.
Di limiti e cambiamenti di rotta direi che ce ne sono stati a dozzine: ormai sono più di vent’anni che mi dedico a questo e non sono mai stato un prodigio, anzi.
Si sbagliano mille cose mille volte, ci si corregge, si impara qualcosa, si sbaglia di nuovo e pian piano si fa meglio. Non c’è vergogna in questo. Pur avendo ancora moltissimo da migliorare, sono contento del punto in cui mi trovo adesso.
Di limiti e cambiamenti di rotta direi che ce ne sono stati a dozzine: ormai sono più di vent’anni che mi dedico a questo e non sono mai stato un prodigio, anzi.
Si sbagliano mille cose mille volte, ci si corregge, si impara qualcosa, si sbaglia di nuovo e pian piano si fa meglio. Non c’è vergogna in questo. Pur avendo ancora moltissimo da migliorare, sono contento del punto in cui mi trovo adesso.
Quanto è importante per te sperimentare e spingersi fuori dalla propria zona di comfort facendo musica?
E’ importante, ma con giudizio e sempre rimanendo nei limiti di ciò che si è in grado di fare. La zona di conforto è una trappola che ha appiattito le carriere di tantissimi artisti – pur rimpinguandone il conto in banca. Allo stesso tempo, però, conosco anche molti che si lanciano in sperimentazioni ardite in nome di un’ “arte” che alla fine non possiedono. Non sono tutti eclettici e multipotenziali come Lucio Dalla o David Bowie.
Credo che la cosa più importante in assoluto per un artista sia sempre avere qualche cosa da dire e farlo con trasparenza, sincerità e producendo qualcosa che abbia davvero valore.
Secondo te un artista dovrebbe puntare a essere più universale o più intimo? Vale a dire, pensi che la produzione debba adattarsi prima al pubblico e poi a te stesso, oppure che debba partire dalla tua visione personale e poi trovare risonanza negli altri?
Anche qui la risposta è molto soggettiva: dipende da che tipo di artista si vuol essere. Un artista popolare avrà (lo dice la parola stessa) il suo focus nel pubblico, un altro spinto da esigenze più introspettive magari avrà al centro del suo lavoro il desiderio di comunicare qualcosa che ha dentro e che altrimenti non sarebbe in grado di esprimere; perciò avrà un focus orientato maggiormente su sé stesso, con il pubblico come conseguenza e non come obiettivo. Non c’è una risposta univoca a questa domanda, a mio avviso.
Last but not least: anticipazioni sul tuo disco in uscita, anticipazioni su progetti futuri?
Io e la parola “progetto” andiamo poco d’accordo, anche perché uno dei temi principali dell’album è proprio l’incertezza rispetto al futuro…onestamente, non ne ho idea. Vivo un precariato costante, sia nella mia vita “ordinaria” che in quella artistica.
Fuori tempo massimo uscirà a novembre e, se ci sarà interesse e le canzoni riusciranno a fare un po’ di strada, mi piacerebbe riuscire a suonare quanto più possibile dal vivo, che è la cosa che preferisco fare. Per il momento il mio obiettivo principale era far uscire queste canzoni a cui tengo molto; tutto quello che arriverà dopo, eventualmente, sarà ben accolto.
Ringraziamo Alessandro per il tempo dedicatoci. In attesa dell’uscita di Fuori tempo massimo vi invitiamo ad ascoltare il suo ultimo singolo – di cui vi lasciamo l’anteprima Spotify qui sotto – e a seguirlo sui canali social.
Alessandro Zappulli è su Spotify: click here;
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