Friday in love 2025 #39 celebra il giorno più spooky dell’anno con due album. Ecco i Super Dog Party con “Las Megas”, e “Ethos” di Otus Medi.
FRIDAY IN LOVE 2025 #39
Super Dog Party – Las Megas

Graffi e denti affilati per i Super Dog Party, che tornano con nove tracce di scosse, sudore e urla fino all’ultima nota. Un album che è un concentrato di pura adrenalina, dove punk, funk e hardcore si mescolano in un cocktail micidiale dal retrogusto di birra calda e chitarre sbriciolate.
L’apertura con “Isolation” e “Fuel Stop” è un pugno allo stomaco: due brani secchi, taglienti, che fissano subito il tono del disco. Niente compromessi, solo urgenza. Poi arrivano “Shut Sirens” e “Kill the First”, dove il groove funky si contorce tra distorsioni e colpi di batteria brutali, creando una tensione costante tra movimento e rabbia.
A metà corsa, “The Blackmail” rallenta il battito ma non l’intensità: un viaggio psichedelico e ossessivo, come se i Super Dog Party si fossero persi in una jam tra i Sonic Youth e i The Mars Volta. È la pausa ipnotica prima della ripartenza incendiaria.
E poi arrivano gli omaggi: “Search and Destroy” e “Kick Out the Jams” non sono semplici cover, ma atti di devozione sfacciata. I Super Dog Party le ribaltano, le smontano, le fanno proprie, riportandole a quella dimensione selvaggia e istintiva che le ha rese leggendarie.
LAS MEGAS è sporco, veloce e volutamente sbagliato nel modo giusto. È un album che suona come un concerto in un garage affollato, con gli amplificatori che friggono e il pubblico che urla sotto il palco. È rock’n’roll senza filtri, nel senso più puro e necessario del termine.
RIYL: The Hives, MC5, The Stooges, At the Drive-In, The Jon Spencer Blues Explosion
Otus Medi – Ethos
Fuori oggi Ethos, l’ultimo lavoro di Otus Medi, che costruisce un universo sonoro che segna il limite tra materia e spirito. Nove tracce, tutte strumentali, che sembrano respirare: l’elettronica si intreccia con strumenti reali, le macchine dialogano con l’anima. È un disco che si muove per contrasti — luce e ombra, modernità e radici, impulso e contemplazione — e che proprio in questo dialogo trova la sua forza più profonda. Come una tranche meditativa, l’album si dipana ed espande entrando sinuoso in stanze mentali, creando infrastrutture sonore tanto immaginarie quando palpabili. Potrebbe tranquillamente essere una colonna sonora di un film che parla di luce, tecnologia e fragilità umana.
Dall’apertura eterea di “Aria”, dedicata alla donna che accompagna il suo viaggio, si capisce subito che Ethos non è un semplice esercizio di stile. È un percorso, un attraversamento emotivo. Le tracce mutano pelle con naturalezza: “Pulsing Waves” porta con sé un’eleganza quasi classica, mentre “Cake” gioca con i codici del J-pop, alternando leggerezza e ironia digitale. Poi arrivano brani come “Neige Rouge” e “Now I Know”, dove l’energia iniziale si dissolve lentamente in malinconia, come se la musica stessa imparasse a farsi silenzio.
C’è qualcosa di profondamente umano nella produzione di Otus Medi: la sua elettronica non è mai fredda, ma viva, contaminata da strumenti come fisarmonica, lira bizantina, violino e pianoforte. Le voci — mai davvero cantate — diventano strumenti esse stesse, respiri e note che si fondono nel tessuto sonoro.
Si percepisce la sua provenienza dal mondo del clubbing, ma Ethos va oltre: è un disco da ascoltare con le cuffie, non per ballare ma per perdersi. Le strutture si evolvono, cambiano direzione, sorprendo sempre, fino a quella chiusura che lascia sospesi, come dopo un lungo viaggio dentro se stessi.
Otus Medi riesce a costruire un racconto coerente e visionario, curato nei dettagli ma mai sterile. Ethos è un album che chiede di essere ascoltato con attenzione, ma che ripaga con emozioni sincere, visioni e piccoli lampi di bellezza.
RIYL: Jon Hopkins, Nils Frahm, Moderat, Max Cooper, Olafur Arnalds
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