Confondere l’algoritmo: Tommaso Tam e l’arte del disequilibrio

Cosa succede quando un disco sparisce, quando l’opera viene sottratta allo sguardo e all’ascolto prima ancora di trovare una forma definitiva?

Con Doppia Esposizione, Tommaso Tam trasforma uno strappo in un gesto creativo radicale, scegliendo di reagire all’invisibilità con un doppio movimento: fuga e permanenza, attrito e contatto, sintomo e cura. In questa conversazione per Brainstorming Mag, Tam riflette sul rapporto tra musica e algoritmo, sull’incomprensione come spazio fertile, sul live come ultimo territorio non mediato e su un’idea di pubblico fatta di incontri più che di numeri. Un dialogo lucido e inquieto, che non cerca soluzioni ma domande capaci di permanere.

Tommaso Tam intervista

Quando un’opera sparisce, cosa resta all’artista: frustrazione, libertà o una nuova responsabilità?

All’inizio resta lo spaesamento, quasi una sensazione di esproprio. Poi subentra qualcosa di più interessante: la libertà forzata. Quando un disco sparisce capisci che non ti appartiene più davvero, e che forse non ti è mai appartenuto del tutto. Da lì nasce una responsabilità diversa: non verso l’opera persa, ma verso il gesto successivo.

Hai definito il Volume 1 come un modo per “confondere l’algoritmo”. Quanto è ancora importante affidarsi all’algoritmo? Tornerà centrale la performance live?

L’algoritmo oggi è importante quanto l’aria condizionata: utile, ma se ci pensi troppo ti ammali. Il Volume 1 nasce proprio come atto di sabotaggio gentile. Non credo che l’algoritmo sparirà, ma spero torni centrale il corpo: suonare, sbagliare, sudare davanti a qualcuno. Il live resta l’unico posto dove l’algoritmo non entra.

Il Sintomo è musica che rifiuta di essere capita. Quanto ti interessa oggi l’incomprensione come spazio creativo?

Molto. L’incomprensione è uno spazio onesto. Quando non devi spiegarti, puoi ascoltarti davvero. Il Sintomo non chiede di essere capito, ma attraversato. Mi interessa più creare attrito che consenso.

Se il Volume 1 è una fuga, il Volume 2 è davvero una “cura”?

La Cura non è una soluzione, è una tregua. Non guarisce, ma permette di restare. È un altro modo di abitare lo smarrimento, forse più lento, più umano. Se il Sintomo è una corsa, la Cura è sedersi senza sapere perché.

In che modo questo doppio disco ha cambiato il tuo rapporto con il pubblico?

Mi ha fatto smettere di immaginarlo come qualcosa di uniforme. Ora penso al pubblico come a singoli incontri, non a una massa. Se qualcuno entra davvero in questo disco, basta quello.

Se questo disco non consola, cosa speri invece che metta in crisi in chi lo ascolta?

Spero metta in crisi l’idea che tutto debba essere immediatamente riconoscibile, utile o spendibile. Vorrei che lasciasse una piccola instabilità, una domanda che non cerca risposta.

Dopo “sintomo” e “cura”, hai trovato una nuova posizione come artista?

No, e ne sono contento. Preferisco il disequilibrio. È l’unico posto da cui mi sento vivo e curioso. Le posizioni fisse mi annoiano, anche quando funzionano.

Domanda di rito: se la tua musica fosse una bevanda, quale sarebbe?

Un caffè freddo dimenticato sul tavolo. Amaro, strano, ma se lo bevi tutto scopri che ti ha tenuto sveglio più del previsto.

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