Kublai: “Mi interessa anzitutto il suono, il significato è subordinato”

Con Lezioni di canto, Kublai firma un lavoro intimo e raccolto, costruito per frammenti narrativi e immagini che abitano spazi quotidiani solo in apparenza neutri: aule scolastiche, relazioni familiari, città svuotate, isolamento. Un disco che non nasce da un progetto concettuale prestabilito, ma che prende forma facendosi, canzone dopo canzone, fino a comporre una mappa di solitudini individuali e condivise. Tra elettronica leggera, chitarre essenziali e una scrittura che rifugge la spiegazione per cercare l’ambiguità, Lezioni di canto segna anche una cesura nel percorso di Kublai: un album realizzato in solitaria, che si oppone consapevolmente alla nostalgia e interrompe il dialogo con l’esterno per concentrarsi su un ascolto più interno e stratificato. Ne abbiamo parlato con lui.

Kublai intervista

Lezioni di canto esplora atmosfere intime e frammenti di relazione tra persone e contesti (famiglia, città, solitudini). Come nasce l’idea di un album che mette insieme questi elementi narrativi ed emotivi?
L’idea di questo album è nata facendolo, non prima. Mi sono accorto che stavo scrivendo canzoni con queste caratteristiche e le ho messe assieme. Questo disco non è altro che una collezione di solitudini, un condominio.

Ad oggi, con l’uscita di questo disco, quali possono essere tre dischi che sono stati fondamentali per il tuo percorso musicale? E per quale motivo?
Gli album che ho amato non sempre coincidono con quelli che hanno influenzato il mio percorso musicale. Nomino tre dischi per me irrinunciabili se si vuole scrivere canzoni nella vita: Anime salve di Fabrizio De André, Pink Moon di Nick Drake, Francesco De Gregori di Francesco De Gregori.

La title track si apre con l’immagine di un’aula di scuola che si trasforma alla luce del tardo pomeriggio, introducendo scenari che oscillano tra classico e psichedelico. Come hai lavorato su questa immagine e cosa rappresenta per te questo spazio “doppio”?
Un’aula di scuola, la sera, può essere un luogo inquietante, ma non lo è in sé stesso. Lo è per la scia lasciata dalle persone che lo hanno abitato la mattina, le scorie di buio rimangono lì. Questa immagine vuole restituire una società malata, sofferente, che non vede l’ora di sciogliersi per tornare al proprio isolamento. Le lezioni di canto sono individuali, appunto.

La scrittura musicale di Lezioni di canto intreccia elettronica leggera, chitarre essenziali e testi poetici che emergono in spazi sonori raccolti. Qual è il tuo rapporto con l’equilibrio tra parola e suono, e come hai cercato di mantenerlo nell’album?
Per me la parola non è cosa diversa dal suono, è uno strumento come gli altri. Mi interessa anzitutto il suono, il significato è subordinato. Una parola, inserita in un contesto sonoro, prende un senso che in un altro non avrebbe. Penso anche che il testo di una canzone sia ben riuscito quando porta ambiguità e moltiplica il senso, non quando chiarisce o spiega.

Nelle tue produzioni precedenti hai esplorato concetti come nostalgia e immagini potentemente metaforiche. In che modo Lezioni di canto porta avanti o trasforma queste idee nella tua scrittura attuale?
Lezioni di canto è un disco che si oppone alla nostalgia. Belva rara del ritorno è la traccia che dichiara questa volontà: la belva rappresenta il miraggio della nostalgia, tutti sostengono di averla avvistata, di averla provata. Ma la nostalgia, almeno in questo album, è ciò che ti isola, che ti chiude.

Il tuo nome d’arte e il progetto Kublai partono da un immaginario dialogico e narrativo. Come pensi che Lezioni di canto si collochi oggi all’interno dell’evoluzione del progetto rispetto a quella prima visione dialogica?
Penso che questo disco segni una cesura con quel dialogo, una pausa. Si tratta di un lavoro che ho realizzato in solitaria, senza collaborazioni. È questa la vera discontinuità coi lavori precedenti, ma non è stata una scelta, semplicemente è andata così. Lezioni di canto è un album solitario, in tutti i sensi possibili.

Ultima domanda: se fossi un drink quale saresti e perché?
Sono una birra chiara, sapore tenue: per scuotere (e scuotermi) serve tempo. E grandi quantità.

 

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