Si sprofonda ancora tra macchine analogiche e chitarre distorte in “A darci fuoco”, nuovo brano del progetto WUT (Weird Unhappy Things), uscito il 13 febbraio, frutto dell’apatia più cruda e di una sua inaspettata reazione. Dobbiamo solo porci le domande giuste e sono queste a fare da incipit e da pilastro a tutta la canzone, mettendo in discussione ed esprimendo una continua ricerca di una rivolta interna, di una rivoluzione del proprio io, del proprio noi.
WUT intervista
Cosa significa per te “fare le domande giuste” oggi?
Saper capire la radice del problema, o per meglio dire della questione su cui vogliamo riflettere. Significa anche prendere il controllo di quello che si è, o perlomeno ne è una conseguenza.
Come si traduce musicalmente una sensazione di immobilità?
Bella domanda, di solito si traduce ricreando emozioni come angoscia, ansia e disagio, o comunque cercano di ricreare le sensazioni che si provano quando si incappa nel tipo di immobilità che si vuole descrivere.
“A darci fuoco” è una canzone di reazione. Tu a cosa stai reagendo?
Per adesso a niente, per questo avevo bisogno di un brano che mi facesse sentire ancora “acceso”.
Come immagini l’evoluzione di WUT dopo questo singolo?
Catastrofica e senza futuro.
Quali sono tre dischi che sono stati fondamentali per la tua formazione musicale e perchè?
1 – Unknown Pleasure – Joy Division: il minimalismo e la sperimentazione, il disagio e il bisogno di esternare il fatto che si è sbagliati ma si è così.
2 – Costellazioni – Le luci della centrale elettrica: capacità descrittive astratte e perfetto incastro tra parte musicale post-punk e testi che possono essere poesie.
3 – Random Access Memory – Daft Punk: massima espressione di un uso dell’elettronica (synth, campionatori, ecce cc) mescolato perfettamente con strumenti più “classici”. Impossibile non ascoltarlo se si amano le macchine analogiche.
Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perchè?
Birra e Vodka, non ho memoria di quando l’ho bevuto ma so per certo (e per conto di terzi) di averlo bevuto. Il perché è proprio questo.
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