Riccardo Inge è un cantautore italiano che ha costruito il proprio percorso partendo da una scrittura profondamente emotiva e narrativa, in cui l’introspezione personale si intreccia con una forte attenzione alla forma canzone. Dopo i primi singoli e una crescita costante anche attraverso la dimensione live, il suo progetto si è definito attorno a un equilibrio tra immediatezza pop e racconto interiore, con brani che affrontano relazioni, fragilità e processi di consapevolezza emotiva. Con “Il tossico” prosegue questo percorso, entrando ancora più a fondo nelle dinamiche affettive complesse già esplorate nei lavori precedenti come “Distruggere tutto”, e confermando una scrittura diretta ma mai superficiale.

Intervista Riccardo Inge
Non sei un artista particolarmente “esposto” sui social: è una scelta consapevole per proteggere la tua scrittura, oppure semplicemente non senti quel tipo di linguaggio come tuo?
Un po’ entrambe le cose. Viviamo in un momento in cui spesso sembra più importante esserci continuamente che avere davvero qualcosa da dire. Io ho sempre avuto un rapporto molto più naturale con la musica che con l’esposizione costante. Non mi interessa costruire un personaggio artificiale o condividere qualsiasi cosa solo per alimentare un algoritmo. Preferisco parlare quando sento di avere qualcosa di vero da raccontare. E credo che, in un certo senso, anche l’assenza dica qualcosa.
La tua musica è spesso molto intima e narrativa, ma lasci parecchio spazio all’ascoltatore senza spiegarti troppo: preferisci che siano le canzoni a parlare al posto tuo?
Sì, assolutamente. Mi piace l’idea che una canzone, una volta uscita, non appartenga più completamente a chi l’ha scritta. Io parto da esperienze personali, ma non voglio mai chiudere il significato dentro una spiegazione precisa. Se lo fai, togli spazio a chi ascolta. Le emozioni funzionano proprio perché ognuno ci vede dentro qualcosa di diverso. E spesso le persone capiscono pezzi di te che magari tu stesso non eri riuscito a mettere a fuoco mentre scrivevi.
“Il tossico” sembra inserirsi in una linea molto coerente con il tuo percorso, tra relazioni e introspezione: da dove nasce questo brano e che momento racconta per te?
Nasce da un periodo molto complicato e da una relazione che mi ha portato a mettere in discussione parecchie cose, anche su me stesso. Mi interessava raccontare quella sensazione di perdere lucidità dentro una dinamica emotiva che sai non farti bene, ma da cui non riesci comunque a staccarti. È un brano che continua il percorso iniziato con “Distruggere tutto”, ma in modo ancora più diretto e vulnerabile. Se “Distruggere tutto” parlava della caduta e della necessità di ricostruire, “Il tossico” entra proprio dentro le macerie emotive che certe relazioni lasciano.
Nel tuo modo di scrivere c’è sempre un equilibrio tra immediatezza pop e profondità emotiva: è qualcosa che costruisci razionalmente o viene fuori in modo naturale?
Nasce in modo abbastanza naturale, anche se poi c’è sempre un lavoro molto preciso dietro. La melodia per me resta il centro di tutto: deve arrivarti addosso subito. Però non mi basta che una canzone sia solo “orecchiabile”. Mi piace quando un brano riesce a funzionare su due livelli: quello immediato, emotivo, e quello più profondo che magari scopri ascoltandolo meglio col tempo. Credo che le canzoni più forti siano quelle che riesci a cantare a squarciagola anche quando raccontano qualcosa che fa male.
Brani come “Distruggere tutto” parlavano di cadute e ripartenze: senti che “Il tossico” sia una continuazione di quel percorso o rappresenta uno sguardo diverso su te stesso?
Sì, decisamente. Per me sono collegati quasi come due capitoli della stessa storia emotiva. “Distruggere tutto” nasceva dalla consapevolezza di dover rompere qualcosa per sopravvivere a un periodo difficile. “Il tossico” invece è più introspettivo: non guarda solo ciò che ti ferisce, ma anche il modo in cui certe dinamiche ti cambiano mentre le vivi. Forse la differenza principale è che qui c’è meno rabbia e più lucidità. Anche se fa male uguale.
Arrivi da anni di concerti in giro per l’Italia e da un rapporto diretto con il pubblico: oggi quanto è centrale per te la dimensione live rispetto alla scrittura in studio?
Il live resta fondamentale. Suonare dal vivo ti obbliga a essere vero, perché lì non puoi nasconderti dietro niente. Capisci subito se una canzone arriva davvero oppure no. Negli anni i concerti mi hanno insegnato tantissimo anche sulla scrittura: vedere le reazioni delle persone, capire quali parole restano addosso, quali momenti vengono cantati più forte. Lo studio è il posto dove costruisci il mondo del brano. Il live è il momento in cui quel mondo smette di essere solo tuo.
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