Taglialucci: “L’artista è libero, può permettersi di dire ciò che pensa con molti meno filtri”

Intervista Taglialucci

“Una solitudine troppo rumorosa” è il primo EP di Taglialucci, il progetto solista di Claudio Calamita, disponibile su tutte le piattaforme digitali da martedì 12 maggio 2026 (distr. Believe Music Italia). Il disco prende il titolo dal romanzo di Bohumil Hrabal, e ne sposta radicalmente il senso nel presente. Racconta ed interpreta l’isolamento non come mancanza, bensì come saturazione: un eccesso continuo di parole, immagini e stimoli che occupano lo spazio dell’intimità.
 
L’EP mette in scena un soggetto attraversato dal rumore del mondo, incapace di distinguere ciò che pensa da ciò che ha assorbito. La solitudine non è silenzio, ma compressione; non vuoto, quanto accumulazione. Il riferimento a Hrabal non è letterario, neppure nostalgico: la sua “pressa meccanica” può essere una metafora contemporanea, vicina ai meccanismi del flusso digitale e dell’esposizione continua.
 
Musicalmente, strutture synth-pop e post-wave, vengono deformate e schiacciate, attraversate da glitch ed errori sistemici, in ambientazioni noise. Non c’è catarsi né redenzione, solo la lucidità di chi riconosce il meccanismo, pur restando al suo interno.

“Una solitudine troppo rumorosa” è un EP che descrive una condizione glaciale, non una confessione, uno stato di ibernazione, rigido formulario di una macchina burocratica. Validato, Disposto, Archiviato.

Intervista Taglialucci

Intervista Taglialucci

Qual è stato il momento preciso in cui Claudio Calamita ha scelto di farsi chiamare Taglialucci e perché?

Già nel primo demo dei Fou, nel 2005, mi sono firmato così: Taglialucci, strumenti di evasione. Era un nome legato a un film che ho visto e rivisto, Carlito’s Way. Taglialucci era il boss che il personaggio di Sean Penn è costretto a uccidere per salvarsi da una serie di impicci. In quel periodo era solo un alias, non pensavo di sviluppare il progetto nel tempo; mi è venuto congeniale per poter scrivere storie in prima persona che non fossero necessariamente autobiografiche.

La solitudine di cui parli nel tuo nuovo disco nasce non dalla mancanza ma dall’eccesso. Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentito completamente “saturato” dalla realtà?

La realtà è talmente smisurata ed eccessiva da generare compressione. Questo produce uno stato di ansia generalizzato, in primo luogo l’angoscia di non riuscire a far fronte ai propri bisogni. È un fattore che isola anziché unire: anche se la solidarietà è riconosciuta come valore, è come se il sistema ti spinga comunque a cercare una via individuale. Se escludiamo i luoghi di pensiero aggregativi — ormai quasi tutti assorbiti dal sistema di consumo —, resta da capire quali bisogni siano essenziali e quali indotti. La saturazione sta nel fatto che abbiamo perso la bussola sui bisogni: lo stesso sistema che ci spinge a mercificare il tempo libero, ci rende anestetizzati davanti al crollo dei diritti fondamentali, come la salute o la dignità sociale ad esempio. Siamo così saturi di informazioni e stimoli collaterali che accettiamo l’assurdo come normalità, compreso il fatto che si possa morire da soli nell’indifferenza generale perché non abbiamo trovato posto in tempo per una visita nel sistema sanitario nazionale.

Che ruolo ha per te la musica in uno scenario come quello contemporaneo, in cui tutti ci sentiamo inevitabilmente più schiacciati?

l musicista ha l’opportunità di supplire, in parte, all’assenza della politica intesa come ricerca della verità. L’artista non ha e non dovrebbe avere il problema del consenso o della comunicazione istituzionale: è libero, può permettersi di dire ciò che pensa con molti meno filtri. Con questo non intendo che si debbano scrivere canzoni a tema, pro-Palestina pro-ambiente, anziché sull’amore vago; non è a questa politicizzazione didascalica a cui faccio riferimento. Anche se, per inciso, in giorni come questi il dramma della Palestina non è solo una questione sulla quale schierarsi politicamente, ma un fatto esistenziale che ci coinvolge come esseri umani. Parliamo di diritti umani elementari: come si possono sopportare ingiustizie e soprusi di questo tipo, assolvendosi con l’incipit “non ci occupiamo di politica”, come se la politica fosse qualcosa di rubricato in qualche angolo di televisione. Il punto è che la scelta politica si fa già nella qualità e nella forma delle opere che si propongono. Lì si decide un po’ da che parte stare.

Quali sono tre dischi che sono stati fondamentali per la tua formazione musicale e perchè?

I Beatles (la raccolta 66-70 nei due doppi vinili rosso e blu acquistati da mio padre appena usciti), il meglio degli anni ’70 di Battisti, The Wall dei Pink Floyd e aggiungo Spectrum di Billy Cobham, scoperto alle scuole medie. Sono i dischi che ho ascoltato tra i 9 e i 12 anni, quando non sapevo ancora suonare uno strumento. Erano semplicemente scoperte di suoni e parole, che avevo a disposizione e con cui immaginavo e sognavo. Tutto è partito da lì.

Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perchè?

Io sono un drink, un Campari spritz: frizzante, con l’agrodolce dell’arancia e un retrogusto decisamente amaro sul fondo.

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