C’è chi usa l’elettronica per immaginare il futuro e chi, come Lazzaro, la trasforma in un modo per recuperare qualcosa che sembra essersi perso. Con “Ma sì”, il nuovo singolo che anticipa il prossimo album, il cantautore pistoiese trapiantato a Roma racconta una storia d’amore sospesa tra fiaba e realtà, dove la vulnerabilità convive con il desiderio di restare, anche quando tutto cambia.
Ma il suo progetto va oltre la musica: dai Ceci Live Hybrid alla volontà di riportare le persone nelle piazze, il suo percorso prova a ricostruire spazi di incontro autentici in un presente sempre più frammentato.
Abbiamo parlato con lui di sentimenti, comunità, live e del disco in arrivo, cercando di capire come si possa continuare a immaginare nuove forme di vicinanza partendo proprio dalle canzoni.

Lazzaro
Nel brano “Ma sì” l’amore assume quasi una dimensione fiabesca, ma viene continuamente incrinato dai ricordi e dai traumi dell’infanzia. Ti interessa raccontare il sentimento nella sua forma più imperfetta, lontano dall’idea romantica tradizionale?
Chiunque pratichi una qualsiasi forma d’arte sa bene che esistono opere che nascono dopo lunghi periodi di lavoro e altre che lo fanno quasi per magia, come nel caso di “Ma sì”. Non ho avuto tempo di chiedermi cosa volessi raccontare, ci stavamo prendendo un po’ in giro con qualche messaggino e quando mi chiese se fossi riuscito ad amarla nel caso avesse preso le sembianze di un mostro ho avuto la fortuna di avere una tastiera sotto mano.
Molto spesso capisco prima il tono del brano e poi questo mi suggerisce il tema. In questo caso infatti non avevo intenzione di partire a parlare della sua infanzia, del suo mestiere o del fatto che stesse vivendo fuori casa per la prima volta, ma sapevo che provavo qualcosa di intenso e quando stavamo insieme sembravamo due bambini dentro una fiaba e questa era l’unica immagine che ci tenevo passasse.
La domanda che attraversa la canzone è potente: “Si può amare una persona anche quando diventa una creatura mostruosa?” Secondo te oggi siamo ancora capaci di accogliere le fragilità dell’altro o tendiamo a scappare appena qualcosa si incrina?
Come si dice? Mi sono tirato la zappa sui piedi!
In realtà sono l’ultima persona a cui chiederlo, visto che vivo tutto molto intensamente e forse per questo tutte le mie storie hanno avuto vita breve. Potrei estendere questo discorso con i lavori, le passioni e tutto ciò che si può vivere visceralmente, non solo i rapporti umani. Evidentemente sono figlio di questi tempi, per quanto cerchi di starne fuori.
Ma quando sono iniziati questi tempi? Con “oggi” cosa intendiamo? I miei si sono separati dopo quarant’anni di matrimonio e spero che siano stati bene per tutto questo tempo, ma se vado indietro di una sola generazione già trovo coppie di nonni che hanno vissuto vite intere insieme, non sempre nel nome dell’amore. Che c’entra tutto questo con la domanda? Poco, la verità è che mi sono sentito alle strette.
Parliamo dei tuoi Ceci Live Hybrid, nati spesso dal desiderio di riportare le persone a vivere le piazze e gli incontri spontanei. È una forma di nostalgia o, piuttosto, un modo per immaginare un’alternativa ai rapporti sociali di oggi?
Forse da buon romantico è arrivata prima la nostalgia. Abbiamo vite troppo piene per lasciarle in mano al caso e capita sempre meno di trovarsi con gli amici per caso, tutto deve essere calendarizzato e approvato all’unanimità! Non sottovalutiamo la nostra personale bolla, che chi scende in piazza espone a tutti e tutto, “quindi anche brutto”. Incontrarsi significa anche scontrarsi e la verità è che non ne abbiamo più voglia e infatti cerchiamo sempre più spesso contesti inclusivi-esclusivi, dove la massima divergenza dall’altro si esprime nella qualità del gin scelto da aggiungere alla tonica.
Io volevo ricreare quell’aria da festa di paese più cruda, dove la gente si ritrova per caso e vive la comunità con tutte le sue contraddizioni. Me lo dirò da solo ma mi sembra una gran figata vedere durante i miei set gente che prova a vincere birre con i gratta e vinci creati per l’occasione, e magari a due passi un bimbo che disegna un cagnolino sul retro di uno di questi.
Ricollegandoci alla domanda precedente: come stanno andando i live? Credi sia possibile recuperare questa spontaneità di cui parlavamo, magari attraverso la musica?
Bene ma non benissimo. Vorrei suonare molto più spesso di quello che capita ma vedo che non è proprio la golden age della musica live in Italia. In provincia l’aspettano ancora, nelle città chiudono gli ultimi spazi rimasti (la Firenze il Jazz Club, qui a Roma l’Angelo Mai per l’ennesima volta, Leoncavallo a Milano e tanti altri). Restano le sagre e poi è finito tutto. Io sto portando in giro una specie di sagra elettronica e vedo che la gente è presa bene. C’è spazio per i nerd della ricerca sonora, per me che amo sperimentare con gli strumenti e improvvisare live ma il tutto immerso in un contesto per cui ti aspetteresti di vedere arrivare la banda del liscio, e non un tizio mascherato con sintetizzatori, campionatori, drum-machine e gratta e vinci.
Tra “Yago” e “Ma sì” emergono due anime diverse: una più rabbiosa e una più sentimentale. È questo il dualismo che ritroveremo anche nel disco o ci sono altre sfaccettature che ancora non abbiamo visto?
Sono il giusto entreè per il disco che sta per uscire. Mi andrebbe già di parlarvi dell’album nell’insieme ma voglio lasciare ancora un po’ di mistero, cosa ancor più rara in questo mondo. Però sì, possono anche rappresentare le due anime del disco. La scelta dei singoli è una cosa piuttosto personale, a meno che uno non cerchi il modo di intercettare l’algoritmo per beccare la playlist o altre menate del genere. Io ho solo voluto scegliere due brani che fossero la giusta sintesi dell’album, preferendoli a quelli che per mille motivi potranno rappresentare anche solo una piccola devianza nel disco e quindi si spera una bella sorpresa.
Facciamo un po’ di spoiler sul tuo nuovo disco, dovessi descriverlo con una sola scena, senza usare la musica, quale immagine sceglieresti?
Un albero di Natale, in camera da letto, acceso, a Maggio. Bella no?
