Friday in Love 2026 #9: nuova tornata di uscite che si muove tra introspezione, memoria e racconti di realtà contemporanee. Dalla malinconia urbana al racconto nostalgico di una generazione, passando per visioni cinematografiche e riflessioni sociali: anche questa volta c’è tanta carne al fuoco, tra cantautorato, pop e contaminazioni.
FRIDAY IN LOVE 2026 #9
Jhonny Cannuccia – “8 Marzo 1998”
Jhonny Cannuccia torna con un brano che gioca tutto su nostalgia e leggerezza, mescolando pop e inflessioni hip hop in modo diretto e senza troppi filtri. “8 Marzo 1998” è una fotografia personale che diventa collettiva: il racconto delle serate al Luneur, delle prime cotte e di una Roma vissuta con occhi ingenui funziona perché è sincero, quasi parlato.
Il pezzo scorre bene, ha un ritornello che resta e soprattutto riesce a non prendersi troppo sul serio. La prima parte è vivida, cinematografica, mentre la seconda prova ad alzare leggermente il tiro con una riflessione più adulta sul rapporto con le donne e sull’evoluzione delle relazioni.
Non tutto è perfettamente a fuoco: il passaggio tra ironia e profondità poteva essere più incisivo e meno didascalico. Però il brano colpisce per autenticità e per quella capacità di trasformare un ricordo personale in qualcosa di condivisibile.
Una traccia che non rivoluziona, ma che funziona proprio perché resta umana.
RIYL: J-Ax, Articolo 31, Willie Peyote, Coez
Giuseppe D’Alonzo – “Senza un perché”
Un brano delicato che racconta una realtà dura senza mai alzare troppo i toni. La forza di “Senza un perché” sta proprio nel contrasto tra ciò che viene raccontato — una realtà segnata da degrado e perdita — e il modo in cui viene fatto: una carezza sonora, malinconica e quasi sospesa.
Sceglie la via della dolcezza per parlare di degrado, dipendenze e smarrimento, e l’ambientazione di Seattle diventa simbolo: una città ferita che riflette un disagio più ampio, globale. D’Alonzo non calca mai la mano, non cerca il dramma facile, ma preferisce delineare il tema con una scrittura intima, quasi sussurrata. Ed è proprio questa scelta a rendere il pezzo credibile.
La melodia accompagna senza invadere, lasciando spazio alle parole e alle immagini. Il ritornello, con quel “senza un perché” che ritorna come un mantra, funziona bene nel dare unità emotiva al brano.
Classico, cauto l’arrangiamento, la forza sta tutta nella sincerità e nello sguardo umano che D’Alonzo riesce a mantenere dall’inizio alla fine.
RIYL: cantautorato emotivo e urbano alla Damien Rice, il lato più malinconico di Niccolò Fabi, le atmosfere intime di Glen Hansard
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