Angelo Romano: «La mia scrittura è un continuo deviare alla ricerca di un centro di gravità che forse nemmeno esiste»

Ci sono artisti per cui cambiare lingua, città o direzione musicale non significa necessariamente cambiare identità. Angelo Romano sembra appartenere a questa categoria: siciliano, con quindici anni trascorsi tra Berlino, Paesi Bassi e Barcellona, ha costruito il proprio percorso attraversando folk, punk, rock e cantautorato e alternando inglese, italiano e siciliano. Dopo The New New Normal, l’EP The Sicilian e La Repubblica del Bilocale, il suo nuovo capitolo riparte proprio da Berlino e dall’inglese, con un ritorno a quelle radici rock e indie che hanno accompagnato buona parte della sua storia musicale.

“Zig Zag Žižek”, uscito l’11 settembre per Believe Music Italy, è il primo assaggio di The Dog Is Dead, album di inediti atteso nel 2027. Scritto e registrato a Berlino, il singolo prende la figura del filosofo sloveno Slavoj Žižek e la trasforma in un gioco tra rock, lo-fi, ironia e riflessione sull’identità. Anche il videoclip di Michael Klich porta questa idea sul piano visivo, attraverso una serie di maschere con il volto di Žižek indossate da diversi artisti della scena berlinese.

Ma dietro il gioco, l’assurdo e le deviazioni c’è una ricerca che sembra attraversare tutto il percorso di Romano: quella di un centro che forse non è necessario trovare. The Dog Is Dead promette infatti di proseguire nella stessa direzione, muovendosi tra pop, rock e pianoforte, con una scrittura sempre più astratta e lisergica. Abbiamo parlato con Angelo Romano di Žižek, contraddizioni, maschere e identità, ma anche del rapporto con le lingue, delle deviazioni che hanno costruito il suo percorso e di un disco che, ancora una volta, sembra rifiutare l’idea di una forma definitiva.

Angelo Romano intervista

1. In “Zig Zag Žižek” utilizzi una figura intellettuale riconoscibile per costruire qualcosa che sembra quasi un autoritratto deformato. Quanto ti interessa, quando scrivi, parlare di te senza farlo mai in maniera completamente trasparente? E quanto l’assurdo può diventare uno strumento per dire cose che una confessione diretta non riuscirebbe a dire?

Buongiorno e grazie per l’intervista, intanto! Onestamente, nel pezzo c’è sicuramente (e ovviamente) qualcosa di me, ma non lo definirei un autoritratto, anzi tutt’altro. L’assurdo è una componente fondante della mia identità, quello sì, ma anche la trasparenza lo è, e il surrealismo linguistico che si può cogliere nel pezzo alla fine altro non è che una forma alternativa di trasparenza. Nei fatti, nei miei pezzi non parlo mai “solo” di me, ma, al contrario, uso le esperienze pregresse come meccanismo per parlare di cose un tantino più importanti di me stesso.

2. Žižek parla spesso delle contraddizioni che si nascondono dietro ciò che consideriamo normale o razionale. Nel tuo brano questa dimensione sembra trasformarsi in un gioco, ma sotto l’ironia rimane una certa inquietudine. C’è una contraddizione personale o generazionale che avevi bisogno di mettere in scena attraverso questa canzone?

La nostra essenza umana è intrinsecamente una contraddizione. Siamo carne e spirito, pensieri e azioni, empatia e crudeltà. Il testo del pezzo in particolare è un continuo pendolare tra lo yin e lo yang: quando canto “join the dark force of zen”, ad esempio, non faccio altro che esplicitare a modo mio questo concetto. Quindi, per rispondere alla domanda, la contraddizione è sia generazionale che personale.

3. Il titolo stesso, “Zig Zag Žižek”, sembra suggerire un movimento irregolare, quasi un pensiero che procede per deviazioni anziché per una linea retta. È anche così che vivi oggi la tua scrittura? Dopo aver attraversato lingue, città e forme musicali diverse, pensi che la tua identità artistica si sia costruita proprio attraverso le deviazioni, più che attraverso la ricerca di una direzione precisa?

Il titolo è in realtà nato in maniera scherzosa durante una conversazione berlinese con un mio amico cantautore e mi sembrava un modo molto potente di spiegare tanto Žižek quanto me stesso e l’umanità nel suo complesso. Citando i CSI (che adoro) in Bolormaa: “la retta è per chi ha fretta”. Quindi sì, la mia scrittura è un continuo deviare alla ricerca di un centro di gravità che forse nemmeno esiste, chissà; il che è ovviamente una parte fondamentale della mia identità artistica.

4. Questo singolo apre la strada a “The Dog Is Dead”, un album che hai descritto come molto variegato e attraversato da testi più astratti e persino lisergici. Mi interessa capire cosa succede quando smetti di chiedere a una canzone di “significare” qualcosa in modo preciso: per te l’ambiguità è uno spazio di libertà, oppure è un modo per lasciare che sia l’ascoltatore a completare ciò che tu hai iniziato?

Il bello della canzone e, più in generale, dell’arte, è che può variare di significato in base alla propria esperienza individuale. L’universalità della musica è proprio data da questo, in fin dei conti. Quando scrivo dei testi, non parto quasi mai con l’intenzione di scrivere una cosa in particolare, quanto con quella di buttar giù dei concetti e metterli insieme in maniera concreta e astratta allo stesso tempo. Nel mio prossimo album ci sono almeno tre o quattro pezzi che ad oggi non so nemmeno di cosa parlino, per dire!

5. Quali sono tre dischi che a tuo parere sono stati fondamentali per il tuo percorso musicale, e in particolare che ti hanno portato qui?

La Voce del Padrone di Franco Battiato, Turn On The Bright Lights degli Interpol e Debut di Björk, per dirne tre a caso, anche perché ne potrei menzionare una ventina minimo!

6. Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perché?

Se analcolico, sarei un Club-Mate Zero: energico, per pochi eletti e senza zucchero. Se alcolico, sarei un assenzio: terribilmente forte, magari un poco ostile all’inizio e certamente non banale.

 

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