Il viaggio, per Nadia von Jacobi, non coincide necessariamente con lo spostamento. Può essere attraversare una steppa in Mongolia, confrontarsi con il silenzio e le assenze in Azerbaijan, ascoltare il vento tra le foglie o lasciarsi trasformare dall’incontro con un’altra persona. È una dimensione che attraversa anche la sua musica e che in “Soleo”, il nuovo capitolo del suo percorso solista, si traduce nella capacità di affidare alla natura emozioni difficili da esprimere direttamente. Ma il viaggio è anche ascolto, memoria e trasformazione: una disposizione a rimanere aperti a ciò che cambia, anche quando si decide di restare fermi. In questa intervista Nadia ci racconta i luoghi che hanno modificato il suo modo di ascoltare, i dischi che hanno contribuito alla sua formazione, le voci che l’hanno accompagnata nella nascita di “Soleo” e il significato che oggi attribuisce alla parola viaggio.

Nadia von Jacobi intervista
- Hai iniziato a comporre giovanissima e hai attraversato moltissimi luoghi prima di arrivare a questo nuovo capitolo. C’è un posto specifico che ha modificato il tuo modo di scrivere più di quanto avresti immaginato, magari non perché ci sia rimasta una canzone ma perché ti ha cambiato il modo di ascoltare?
NvJ: Sì, ci sono due luoghi che hanno profondamente cambiato il mio modo di ascoltare la musica, ma più in generale la vita. Il primo è la Mongolia – attraversare la steppa e il deserto del Gobi senza persone conosciute accanto mi ha insegnato a percepire e riconoscere connessioni con ciò che non avevo neanche mai immaginato. Il secondo luogo è l’Azerbaijan. Lì ho capito che a volte è proprio l’assenza a rendere visibile il valore di ciò che diamo per scontato: poter fare rumore, discutere, esprimere opinioni diverse, come siamo abituati a fare in una democrazia. Il vuoto mi ha insegnato ad ascoltare anche ciò che manca.
- Quali sono tre dischi che a tuo parere sono stati fondamentali per la tua formazione musicale, e in particolare quali ascolti ti hanno portato a questo singolo?
NvJ: Ci sono tanti dischi che mi hanno formata, e probabilmente ogni giorno ne sceglierei altri. Oggi, se ne dovessi scegliere solo tre forse sarebbero questi:
Depeche Mode – Ultra
Tom Jobim – Tom Canta Vinicius
Tschaikovsky – Lo Schiaccianoci
Gli ascolti che mi hanno portato a questo singolo sono soprattutto voci di donne indipendenti, penso per esempio a Paris Paloma che amo molto, ma anche Tosca o Florence & the Machine mi hanno accompagnata negli ultimi anni.
- In “Soleo” il sole diventa quasi un interlocutore, una presenza a cui rivolgersi quando il rapporto con gli altri sembra impossibile. Ti capita spesso di affidare a elementi naturali o paesaggi emozioni che sarebbe più difficile esprimere direttamente attraverso una persona?
NvJ: Sì, è una forma di linguaggio che ho interiorizzato negli ultimi anni. Quando il vento passa tra le foglie sento come un richiamo. Il mare in tempesta d’inverno mi parla di ciò che sento dentro… il sole sulla pelle nuda mi riporta all’attimo sfuggente.
- Il tuo percorso è stato molto legato al viaggio e alla dimensione internazionale, mentre questo nuovo progetto sembra avere un centro più preciso e personale. Oggi senti ancora il bisogno di partire per trovare qualcosa da raccontare, oppure hai scoperto che anche restare fermi può diventare una forma di viaggio?
NvJ: Sicuramente il viaggio ha una dimensione esteriore e una interiore. Il viaggio è quel momento in cui accetto che la vita è trasformazione. Spostarsi fisicamente ci porta quasi automaticamente dentro questa dimensione mentale. Ma quando il viaggio diventa un obbligo, o una ripetizione sofferta, può trasformarsi anche in una gabbia. Al contrario, il viaggio può avvenire restando fermi in un luogo. A volte incontrare una persona inaugura un viaggio. Quello che per me è fondamentale è rimanere aperti al movimento e al cambiamento.
- Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perché?
NvJ: Direi un Mojito al tramonto… perché finisce sempre prima che ci si possa stufare.
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