Il cantautore romano si racconta: dai premi a “Cielocittà”, passando per il nuovo singolo “Nessuno al mondo”.
Lorenzo Lepore è una delle voci più interessanti della nuova canzone d’autore italiana. Romano, classe 1997, in pochi anni ha costruito un percorso che unisce riconoscimenti prestigiosi (Musicultura, Premio Amnesty, Premio Lauzi) e un’intensa attività dal vivo.
Biografia
E’ attivo musicalmente dal 2018, quando produce il suo primo EP Flebo. Nello stesso anno inizia a frequentare l’Officina Pasolini, laboratorio artistico romano che da anni rappresenta un punto di riferimento per giovani cantautori e artisti emergenti in quanto luogo di sperimentazione e confronto. Non solo: negli anni successivi idea un programma radiofonico incentrato sul cantautorato, si esibisce in festival, manifestazioni e su palchi sempre più importanti, e nel 2021 vince il premio Musicultura per il Miglior testo del brano Futuro. Prende parte a numerosi eventi e trasmissioni delle principali reti televisive, da Radio 2 Social Club con Luca Barbarossa a Generazione Z, fino ad arrivare al Concerto dell’Epifania.
Tra i tanti traguardi, anche i secondi posti nel 2022 al “Premio De André” e al “Premio Pierangelo Bertoli”. A settembre 2023 esce il suo primo album Fuori onda, che raccoglie tutte le sue esperienze musicali più importanti. Nel 2024 invece, apre il concerto di Lucio Corsi a Fiano Romano, e grazie alla vittoria del bando SIAE “Per chi crea“, a novembre dello stesso anno pubblica il suo ultimo lavoro Cielocittà.
Attualmente è in giro per l’Italia con “Cielocittà – il tour” che conta diverse date: tra esse, alcune aperture per Roberto Vecchioni.
Da pochi giorni invece è uscito il videoclip di Nessuno al mondo (che potete visualizzare cliccando qui) , realizzato da Simone Scarcelli e presentato su Rai 1 il 25 luglio.
Da pochi giorni invece è uscito il videoclip di Nessuno al mondo (che potete visualizzare cliccando qui) , realizzato da Simone Scarcelli e presentato su Rai 1 il 25 luglio.
Lorenzo Lepore è un cantautore che racconta la propria generazione con una scrittura sincera, capace di passare dalle verità sociali alle emozioni più intime. Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con lui: tra un concerto e l’altro, Lorenzo ci ha risposto direttamente dal treno che lo portava a Rimini, pronto per una nuova tappa del tour.
Lorenzo Lepore – Intervista

Ciao Lorenzo! Iniziamo subito parlando di te. Dando un’occhiata alla tua carriera, vediamo che nel tuo percorso si intrecciano dei premi importanti, due album già pubblicati, tanti live.. insomma, sei molto attivo musicalmente parlando! In che modo questi riconoscimenti hanno influenzato il tuo approccio alla scrittura o alla performance?
Credo che le due cose siano inseparabili. Ai premi e ai palchi importanti ci si arriva grazie alle canzoni, e le canzoni stesse vengono scritte con l’obiettivo di suonarle dal vivo. Dal 2021 al 2023 ho avuto il privilegio di ricever molti premi e riconoscimenti prestigiosi legati al mondo della canzone d’autore pura. Parliamo di Musicultura, del Premio Amnesty, ma anche un brano nella cinquina del Premio Tenco. Queste risposte così importanti che ho ricevuto, mi hanno fatto capire che la canzone d’autore, specialmente quella di protesta e di rottura, è una chiave che ritengo sia quella giusta. E’ apprezzata da me, dal pubblico, ma anche dagli addetti ai lavori che ho attorno. Ciò nonostante, penso che avrei continuato ad essere quel che sono e a pensarla in questo modo anche se non avessi ricevuto tutti questi apprezzamenti. Sento di essere nato per la musica che faccio.
Essere un cantautore e non solo un interprete: cosa significa per te portare avanti la canzone d’autore in un panorama che oggi è dominato da altri linguaggi e velocità?
Per me vuol dire tutto! Credo proprio che se per qualche motivo qualcuno mi dicesse che non avrei più possibilità di creare, comporre, oppure mettere in musica un mio pensiero in piena libertà, deciderei con tutta tranquillità di intraprendere un altro percorso professionale e di vita.
Scrivere le canzoni per me non è una posa (citando Niccolò Fabi in “Scotta”), ma è un mezzo tramite cui si può piangere o gioire, ci si può esprimere e si può anche criticare le ingiustizie, senza che ci siano filtri esterni. Ritengo fortemente che questo valore della musica debba essere preservato, soprattutto in questa epoca in cui l’intelligenza artificiale ha raggiunto un certo livello di predominanza. Se penso che in questo momento qualcuno che fa il nostro lavoro la stia utilizzando per comporre o arrangiare brani, e che in futuro accadrà sempre con più frequenza, mi viene una tristezza profonda. L’essere umano è geniale, quando è padre di un’idea. Se noi distruggiamo questa azione che è insita in noi e preferiamo invece una via che anestetizza la mente, ci sarà una morte morale e collettiva.
Attraverso ciò che fai hai proprio questo privilegio: esprimere la tua interiorità. Al tempo stesso, però, hai anche una grossa responsabilità che è quella di dare voce alla tua generazione. Ci sono dei messaggi in particolare che vuoi trasmettere ai tuoi ascoltatori?
Attraverso le mie canzoni cerco sempre di far venire alla luce delle verità, piacevoli o scomode che siano. Mi interesso a mostrare le cose così come esse sono, nitidamente. Spesso nei miei brani ho parlato dell’omologazione che impedisce la nascita della diversità (e nella diversità c’è bellezza): l’ho fatto ad esempio in “Meglio così”, “Futuro”, “Vent’anni”.
Ho parlato della guerra, della povertà, ma anche delle corruzioni che abitano il nostro pianeta. Questi argomenti li ho trattati in “La bandiera”, “Finalmente a casa”, “Sovrastrutture”.
Ho parlato della guerra, della povertà, ma anche delle corruzioni che abitano il nostro pianeta. Questi argomenti li ho trattati in “La bandiera”, “Finalmente a casa”, “Sovrastrutture”.
Mi ferisce pensare che noi occidentali rappresentiamo quasi sempre una minoranza che tutto sommato è benestante, mentre il resto del mondo sta vivendo in condizioni di povertà imbarazzanti. Non posso fare altro che raccontare allora. Devo battere chiodo, illuminare le verità scomode.. è questo che sento.
E’ fondamentale per me arrivare ad utilizzare le canzoni a scopo sociale, non me la sentirei mai di parlare nei miei brani esclusivamente di temi come l’amore o altre cose che possiamo considerare effimere. Ovviamente, in alcuni casi questi possono essere anche dei contenuti più giusti da scegliere: l’arte non ha confini.
La tua visione a 360 gradi sulla musica è fondamentale al giorno d’oggi: sei impegnato, ma aperto anche a tematiche più “lievi”. Molti autori della canzone italiana hanno avuto lo stesso tuo modo di pensare, quindi arriviamo alla domanda di rito: chi è stato (ed è tuttora) ad ispirarti maggiormente tra di loro?
Gli autori della musica italiano che mi ispirano di più sono tantissimi. E’ impossibile elencarli tutti perché a partire dagli anni ’60, senza contare appunto la musica popolare che è venuta prima, sono stati incisi dei capolavori assoluti sia a livello musicale che letterario. Mi viene da nominare Lucio Dalla, Francesco de Gregori, Fabrizio de André, Piero Ciampi, Pino Daniele: ognuno di essi ha un mondo musicale e lirico che è a sé stante, è unico e al tempo stesso di rottura. La grandezza di questi artisti è stata proprio assorbire ciò che veniva dal mondo della musica internazionale e che rappresentava a quei tempi una novità, per poi trasformarlo in brani cantati nella nostra lingua. Senza l’avvento del rock inglese, della musica black americana e degli chansonnier francesi, per noi italiani sarebbe stato tutto molto più difficile.
Il tuo secondo album, che coincide anche con il nome del tour che stai portando avanti questa estate, si intitola “Cielocittà”: un termine che già da solo è un mondo. Le città e i posti che attraversi entrano in qualche modo nella tua scrittura?
Assolutamente sì, ma spesso viaggio da fermo con la mente, che è il vero superpotere che abbiamo tutti noi. In una canzone posso trovarmi in una sparatoria a Bogotà e l’attimo dopo invece riaprire gli occhi in un vicolo turco. E’ questo il bello: viaggiare nel tempo, e nello spazio.. e in certi casi volare (per citare Modugno).
Proprio per questo motivo, ho voluto unire in un unico concept il cielo e la città: l’incontro per eccellenza tra la natura e l’industria, come se in un titolo potessero stringersi e divenire una cosa sola. Come se il cielo ogni tanto potesse comunicare con le antenne dei palazzi e le menti assopite dalla sovrapproduzione e far capire a tutti nel profondo che esiste qualcosa di molto più grande e molto più autentico dei nostri egoismi.
Parlando invece della tua ultima canzone, “Nessuno al mondo” (di cui è da poco uscito il videoclip), notiamo un cambio e una svolta rispetto ai tuoi precedenti brani. Questa si pone come una ballata più emotiva. Raccontaci cosa rappresenta questa canzone per te..
E’ vero. Nell’album precedente non ho praticamente mai parlato di amore. La terza track di “Cielocittà” racconta infatti questa difficoltà che ho nello scrivere le canzoni d’amore, specialmente se divengono degli slogan banali validi tanto per una canzone quanto per una pubblicità. Poi ad un certo punto una canzone di questo tipo è arrivata, perché l’amore vero se arriva ti cambia la vita. E’ stato molto difficile però tradurlo in musica e parole. Ho tuttavia sentito che era necessario ed urgente farlo, e avevo la possibilità di raccontare finalmente dell’unica vera utilità di questo viaggio: il bene reciproco, lo stare accanto gli uni con gli altri e provare amore, che può essere nei confronti di una persona, un Dio o una collettività, donandosi quanto di più bello ci si possa donare.
“Nessuno al mondo” parla di un amore vero, che si sperimenta anche nelle difficoltà. Sono due mani strette sotto ad un temporale, ma che non smettono mai di sperare nella luce.
Negli ultimi anni, ma anche attualmente con il tour, hai portato la musica in molte città italiane. Quanto cambia il tuo modo di essere sul palco, sia esso piccolo o di maggiore rilevanza, cioè il passare da un contesto più intimo ad uno più strutturato?
I palchi non mi trasformano. Sono sempre io, sia che abbia davanti 30 persone o che ne abbia 3000. Devo ammettere che in situazioni più intime mi lascio maggiormente andare e abbatto molti filtri. Mi piace fare il pazzo sul palco, cosa che ho imparato da Piero Ciampi. Se sono invece in contesti più grandi, come in apertura a Roberto Vecchioni, suono una manciata di canzoni davanti ad un pubblico che mi conosce di meno, perciò cerco di presentarmi al meglio. L’interezza del messaggio che voglio trasmettere arriva sicuramente di più in un mio concerto intero.
And the last one: qualche cosa da aggiungere sui prossimi lavori, progetti in cantiere?
In questo momento, come dicevo sopra, sto aprendo i concerto di Roberto Vecchioni in giro per l’Italia e quindi continuerò sia il tour delle aperture che quello delle date singole nei locali e nei festival.
Entro qualche mese mi laureerò in “Letteratura, musica e spettacolo” con una tesi su Piero Ciampi a cui tengo moltissimo e che molto probabilmente si trasformerà in qualcosa di molto più grande. Non nascondo che in questo periodo sto scrivendo moltissimo, e sto tra l’altro riscontrando una libertà nella scrittura che non provavo da un sacco di tempo. Questo mi fa capire che nel futuro prossimo non potrò fare altro che incidere e pubblicare nuovi brani, non solo per me ma anche per altri. Credo che sia l’unica cosa che io sappia davvero fare bene e che continuerò a portare avanti finché avrò voce. Il motivo è essenzialmente che tutto questo mi permette di donare qualcosa alle persone che ho attorno, così come loro donano a me una spinta per proseguire questo viaggio assurdo e bellissimo.
È stato un piacere chiacchierare con te, Lorenzo. Ci vediamo sotto il palco di Cielocittà – il tour! 😀
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