Questo 2025 arrivato ormai quasi al termine ci ha lasciato una miriade di novità musicali, ma anche anniversari importanti che ci ricordano di un’epoca in cui la musica era vissuta in maniera meno “uso e consumo” e più come narrazione. A partire dal 50esimo compleanno di uno degli album che ha fatto la storia della musica, e che forse è riduttivo definirlo uno dei migliori di sempre. Stiamo parlando di Wish You Were Here, dei Pink Floyd, uscito in una riedizione speciale e celebrativa proprio in questi giorni.
Non è questo il momento di dedicarci a ripercorrere nota per nota l’intero album. Sono state già fatte numerose recensioni ed analisi facilmente rintracciabili sul web ed entrate in seguito nel Pantheon della critica musicale.
Volevamo utilizzare questo spazio per raccontarvi il significato e la simbologia presenti dietro l’iconica copertina (perché se è vero che l’abito non fa il monaco, comunque crediamo fortemente che dietro un buon disco ci sia una buona cover art).
Sarà difficile provare a comprimere in pochi passaggi un’opera così mastodontica, perché parlarne vuol dire confrontarsi con qualcosa che trascende il tempo, ma possiamo comunque provarci.
“Due uomini in abito si stringono la mano, uno è in fiamme” potrebbe sembrare un quadro surreale o un incubo urbano, eppure è esattamente l’immagine scelta per raccontare Wish You Were Here, che ha fatto storia e che nel corso degli anni ha ispirato numerose imitazioni e reinterpretazioni (avete visto il Best Of dei Radiohead?).
La storia dell’album
Iniziamo con un piccolo excursus sulla storia dell’album: pubblicato il 12 settembre 1975 dalla Harvest/EMI e registrato agli studios Abbey Road di Londra, l’album ebbe da subito un grandissimo successo (merito della copertina? forse sì: all’epoca, senza piattaforme musicali o social media, l’immagine doveva catturare attenzione e rappresentare l’essenza del disco).
Il lavoro grafico fu affidato allo studio Hipgnosis, che aveva già curato altre copertine degli album della band e il cui team fu invitato ad un ascolto in anteprima per farsi un’idea sul contenuto sonoro del disco.
Storm Thorgerson, all’epoca gestore dello studio grafico, ricorda così il periodo di lavoro:
Tutti i discorsi che facevamo con la band ci portavano a una parola: assenza. A quel punto pensai che “Have a cigar”– la terza traccia dell’album – parla della falsità nel business musicale. Perché non pensare all’immagine di due uomini di affari che si stringono la mano, ma uno dei due va a fuoco?
Il gruppo stava esplorando l’assenza di morale ed empatia nel settore musicale, esponendo gli aspetti più deprecabili e i lati nascosti dietro ai falsi sorrisi che spesso celano interessi spietati.
La stretta di mano è spesso considerata un gesto vuoto, privo di significato o senso. È un gesto scontato. Perché le fiamme? È la visualizzazione iconografica della tendenza delle persone a rimanere emotivamente assenti per paura di “rimanere scottati”, che nel gergo discografico si utilizza per indicare gli artisti che hanno collezionato un sonoro insuccesso.
In questo senso, anche la stessa title-track diventa un rimando diretto a Syd Barrett, alla sua assenza e al suo stato mentale che lo portarono fuori dalla band. Non a caso l’album uscì dopo un periodo di lunga introspezione da parte di David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e Roger Waters.
Il tema dell’assenza, la staticità, l’inquietudine…
Il tema dell’assenza attraversa totalmente l’LP. Sul retro, un rappresentante commerciale senza volto, polsi o caviglie (un cosiddetto involucro vuoto); all’interno la foto (riportata qui sotto) di un nuotatore che si tuffa in un lago, senza provocare le increspature nell’acqua. In due parole: immobilità e sospensione.

E sono proprio gli stessi concetti che, visivamente parlando, riportano all’estetica di Edward Hopper. Proprio come nei dipinti dell’artista americano, anche la cover di WYWH cattura un istante statico e apparentemente banale, ma carico di tensione narrativa. L’immobilità è sospensione emotiva: può essere un momento “congelato” come un fermoimmagine che racconta solitudine, estraneità e vuoto esistenziale, ma anche uno spazio privo di vita. Solitudine che diventa protagonista, come le figure isolate nei caffè o negli appartamenti illuminati dai neon di Hopper. Anche in questa cover, la storia visiva è tutta nello spazio intorno alla scena: vuoto, silenzio, inquietudine che fa da sfondo.
La zona industriale è completamente deserta, in pieno contrasto con l’eleganza dell’abbigliamento dei due uomini. L’uomo a sinistra potrebbe rappresentare un manager, con occhiali da sole. L’uomo in fiamme è un sosia, ed ha il volto oscurato dall’ombra. Come figurine di un sistema che premia la formalità e punisce l’emotività, i due si stringono la mano, a simboleggiare un contratto: un gesto vuoto, apparente, robotizzato e superficiale, ma anche e soprattutto falso. Il tutto a ricordarci che forse il contatto umano può a volte diventare insidioso, pericoloso. E lo fanno in un contesto visivamente freddo e artificiale, lontano dall’empatia autentica.
E poi, la parte visivamente più inquietante, che sottoporrebbe chiunque a un certo grado di disagio: perché l’uomo in fiamme è tranquillo? Egli è vulnerabile, ma non reagisce. La stretta di mano continua come se nulla stesse accadendo: un gesto ordinario che diventa paradossale. Il fuoco diventa simbolo della sofferenza invisibile, delle conseguenze che ricadono su chi si espone, mentre tutto intorno procede come se nulla fosse. Ancora una volta: indifferenza, alienazione e freddezza nei rapporti sociali.
Lo scatto perfetto
Ma quello che vediamo in copertina non è un dipinto: si tratta di una vera e propria foto, per l’occasione scattata presso il parcheggio degli studi Warner Bros a Burbank. Per i più nerd tra di voi, abbiamo recuperato anche il posto esatto: l’intersezione tra la Avenue D e la 5th Street alle spalle degli studios Warner. Gli edifici simil-hangar sullo sfondo della foto erano i capannoni dove si allestivano i set cinematografici.
E chi erano i due stuntman? Danny Rogers e Ronnie Rondell, l’uomo in fiamme, che non poté fare a meno di notare la pericolosità dello scatto. Rondell all’epoca faceva molti lavori con il fuoco: era uno specialista. Eppure, davanti alla proposta cercò comunque di spiegare la pericolosità della richiesta dello studio grafico. Lo stuntman ha spiegato la sua riluttanza a restare fermo durante gli scatti, con il fuoco addosso:
E’ pericoloso per un uomo rimanere fermo avvolto dalle fiamme per stringere la mano a un altro uomo. Di solito nelle scene con il fuoco, lo stuntman corre per lasciare la scia di fuoco dietro di sé oppure cade, in modo che il fuoco resti al di sopra, a parte il fatto che ci sono le prospettive della macchina da presa che fanno sembrare le fiamme più vicine di quello che sono in realtà.
Powell scattò 15 fotografie prima di cogliere quella giusta. Il vento era un fattore da non sottovalutare: la direzione in cui soffiava non permetteva a Rondell di posare a destra. In realtà, Rondell era in posa sulla sinistra e Rogers sulla destra, per cui i due si diedero una stretta di mano “sinistra”. In post-produzione, nella camera oscura, il fotografo capovolse l’immagine. È presumibile che utilizzò lo stesso trucco per invertire il numero 20 sull’edificio.
Rondell non ne uscì completamente illeso: all’ultimo scatto, una folata di vento contraria avvolse il viso dello stuntman che immediatamente si buttò a terra, mentre gli assistenti di scena lo cospargevano di schiumogeno e coperte per spegnere le fiamme. Il risultato fu un sopracciglio e i baffi bruciati.
Niente di grave insomma, ma oggi, a cinquant’anni di distanza, possiamo dire che la copertina di Wish You Were Here resta un’icona. Un gesto ordinario trasformato in simbolo che racconta la musica e le tensioni dietro di essa.
Sempre sul nostro sito, cliccando qui potete trovare curiosità sul primo live a Londra della band di David Gilmour.
