Frida Martini: “Il nome d’arte mi ha dato libertà”

“Vive l’amour”, uscito il 3 aprile per Sangita Records, è il singolo con cui Frida Martini mette a fuoco un’idea di amore tutt’altro che perfetta, ma fragile, contraddittoria, e proprio per questo reale. Il brano si muove raccontando quel momento sospeso in cui tutto sta per finire, ma è ancora troppo intenso per lasciarlo andare. L’immaginario di Frida Martini richiama la forza espressiva di Frida Kahlo e l’intensità senza filtri di Mia Martini, punti di riferimento dichiarati del progetto. Ne viene fuori una voce autentica, che non ha paura di esporsi e di scavare a fondo.

In questa intervista, l’artista ci accompagna all’interno del suo mondo, tra musica, identità e visioni senza compromessi.

Frida Martini 

Da dove deriva la scelta di usare un nome d’arte per presentare il tuo progetto musicale?
Sembra un paradosso, ma il nome d’arte mi ha dato libertà. Mi ha permesso di spingermi oltre, di non avere paura del giudizio personale. Frida Martini non è una maschera, è una versione più nuda di me.

Il nome da te scelto unisce i mondi di Mia Martini e di Frida Kahlo. Quali sono i lavori di queste due artiste che ti parlano maggiormente?
Di Mia Martini “Almeno tu nell’universo”. Non è solo una canzone, è una confessione che attraversa la sofferenza.
Di Frida Kahlo invece direi “Le due Frida”. Quel senso di doppio, di identità spezzata, mi ci ritrovo molto. Entrambe non hanno mai avuto paura di mostrare il dolore, e per me quella è la forma più alta di verità.

Qual è stata la miccia che ha dato vita a “Vive l’amour”?
La sensazione di stare dentro qualcosa che stava finendo… ma non riuscire a smettere di viverlo. Quel momento in cui capisci che non durerà, però è troppo intenso per lasciarlo andare.

Quanto è importante per te essere supportato da un’etichetta come Sangita Records?
È importante perché non mi sento solo. C’è rispetto per quello che voglio dire. Non mi è mai stato chiesto di smussare, di rendere tutto più “facile”. E questa cosa oggi è rara.
Vorrei spingermi oltre, e credo che se un giorno accorciassi la distanza tra la decenza e l’eccesso, tra quello che è accettabile e quello che è troppo… loro sarebbero comunque lì. Non a fermarmi, ma a reggere l’urto insieme a me.

Quali sono tre dischi che sono stati fondamentali per la tua formazione musicale e perchè?
“La voce del padrone” di Franco Battiato, per la libertà. Mi ha insegnato che puoi essere pop e profondo insieme.

“The Fame Monster” di Lady Gaga, per l’estetica e il coraggio di trasformarsi continuamente.

“Nevermind” dei Nirvana, per l’urgenza. Non è perfezione, è verità. Mi ha insegnato che a volte è più potente una crepa di qualcosa di perfettamente costruito.

Ne aggiungo un’altro:
“The fat of the Land” dei Prodigy, per il caos, la rabbia, perchè maledettamente straordinario.

Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perchè?
Un Absinthe.
Non è per tutti. È intenso, quasi disturbante, ha qualcosa di rituale, di proibito. Ti affascina ma ti mette a disagio. Non lo bevi per dissetarti, lo bevi per perdere il controllo, per vedere cosa succede dopo.
Un po’ come certe forme d’amore… o certe canzoni.

 

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