“Movida”, il nuovo album del progetto [lessness] in uscita su tutte le piattaforme digitali venerdì 10 luglio 2026 (distr. Believe Music Italia) è un disco da interno notte. Un viaggio notturno e intimista che esplora le incognite e le gioie della solitudine e dell’incontro. Pur rispettando lo stile dei dischi precedenti, esplora sonorità pop minimaliste e influenze new wave e dark, portando l’ascoltatore in un mondo di atmosfere sensuali e movimentate, dove la notte diventa un rifugio per perdersi, ritrovarsi e perdersi di nuovo in un loop infinito, inevitabile specchio dell’opera di Samuel Beckett da cui il nome del progetto è tratto.
Ispirato dalle atmosfere di artisti come Trentemoller, Cigarettes After Sex e The Cure, “Movida” è un disco che ti avvolge e ti fa sentire meno solo, con la sua miscela di scura emotività. L’atmosfera notturna e intimista è sottolineata da un uso profondo e avvolgente del basso elettrico e dalla morbidezza dei synth, che creano un sound unico e ipnotico. Le melodie vocali accompagnano con discrezione le atmosfere del disco evidenziando in ogni canzone una sorta di malinconica ricerca di speranza.

[lessness] intervista
Hai parlato di “Movida” come di un disco da interno notte, ma guardando la copertina c’è poco di notturno. Come è stata concepita e che cosa vuole rappresentare?
La copertina è opera di mia moglie Roberta, ed è parte integrante del gioco dei contrari che attraversa tutto il progetto — il titolo, l’atmosfera, il mood del disco. Movida richiama un’energia solare, festosa, mediterranea — e poi il disco la smentisce. La copertina segue lo stesso schema: ci sono delle palme, esattamente quello che ti aspetteresti dall’immaginario della parola movida, ma sono palme fotografate durante un uragano, nel bel mezzo del maltempo. È lì che il cerchio si chiude — quell’immagine apparentemente solare diventa crepuscolare, inquieta, perfettamente coerente con le atmosfere delle canzoni. La voglia di non prendere tutto troppo alla lettera, di nascondere qualcosa sotto la superficie, è il filo rosso di tutto il progetto. Anche della copertina.
Qual è stata la traccia che ha richiesto più tempo durante la lavorazione e perché?
Stuck In That Moment With You — senza dubbio. È una canzone a cui tengo moltissimo, forse proprio per questo non ero mai soddisfatto del risultato. Ha richiesto tempo nella gestione dei suoni, nel trovare il giusto equilibrio emotivo tra i vari strumenti — equalizzare bassi profondi e pervasivi con una melodia vocale e synth dal sapore più pop non è semplice, e il rischio di perdere l’identità del brano era sempre dietro l’angolo. È stata l’ultima canzone mixata e l’ultima modificata, fino all’ultimo momento, fino a quando non ho sentito che era finalmente quello che volevo — sia tecnicamente che emotivamente. A volte le canzoni a cui tieni di più sono anche quelle che resistono di più.
Come sei giunto, nel corso del tempo, alla definizione della tua identità artistica?
In modo ondivago e non pianificato — come quasi tutto nel mio percorso. Ho suonato in band, ho prodotto per altri, ho fondato un’etichetta, ho sbagliato, ho imparato. L’identità artistica non è una cosa che si decide a tavolino: si sedimenta nel tempo, attraverso le esperienze, le influenze, gli errori e le poche cose che ti sembrano davvero giuste. Con [lessness] ho capito che la mia identità stava in quella zona notturna e minimalista che avevo sempre frequentato senza nominarla. L’ho riconosciuta più che costruita. E una volta riconosciuta, ho smesso di cercare altro.
Quali sono tre dischi che sono stati fondamentali per la tua formazione musicale e perché?
Disintegration dei The Cure — un’ora di buio assoluto che paradossalmente ti fa sentire meno soli. Mi ha insegnato che la malinconia può essere bellissima, che l’oscurità non esclude la melodia. Turn On The Bright Lights degli Interpol — ogni nota al posto giusto, ogni silenzio necessario. Mi ha mostrato come costruire tensione con economia di mezzi. OK Computer dei Radiohead — che mi ha insegnato che la musica può essere insieme pop e profondamente inquieta, accessibile e complessa allo stesso tempo, senza che l’una cosa contraddica l’altra. Tre dischi che si ascoltano di notte, preferibilmente da soli, preferibilmente senza guardare il telefono.
Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perché?
Chi mi conosce sa che ho una dipendenza dalla sambuca — ma non mi rappresenta, è troppo appiccicosa e non è proprio una delle mie caratteristiche principali. Uno dei tratti che mi contraddistinguono è lo scomparire, il non farmi trovare. Quindi penso che sarei uno shottino di vodka liscia: ti dà una bella botta, ma non ti tiene agganciato per tutta la sera.
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