A qualche mese dall’uscita del suo album d’esordio incontriamo il cantautore pontino Maurizio Vizzino. Un altro modo per chiamarmi artista è stato pubblicato lo scorso 26 giugno da Free Club Factory con la produzione di Nick Valente. A ventuno anni e con una scrittura iniziata molto prima, a quattordici, Maurizio unisce la grande tradizione cantautorale della scuola romana e genovese a contaminazioni jazz della sua band, composta da Mattia Malagola, Andrea Fratoni e Francesco Miletta (tutti dal Conservatorio “O.Respighi”).
Dopo aver convinto le Audizioni Live di Musicultura 2025 con E il tempo mi protegge, Maurizio ci dona un album popolato da dodici brani e altrettanti personaggi – da Peter Pan a NOF4 – che ci accompagnano in un viaggio nell’adolescenza e che rappresentano una lotta. Quella di rimanere sentimentalmente bambini e continuare a sentire. Il giovane cantautore è la fotografia di un talento che sta ridefinendo il proprio spazio nel nuovo cantautorato italiano. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con lui qui su Brainstorming Magazine. Maurizio ci ha spiegato in maniera dettagliata tutto ciò che ruota attorno a questo suo primissimo lavoro.
Maurizio Vizzino – Intervista
“Un altro modo per chiamarmi artista” (Cover Album), Maurizio Vizzino
Alcuni brani, come Caccia alle streghe nascono in modo estremamente minimale, sorretti da chitarra acustica e voce. Questo approccio, unito a storie di quotidianità della provincia, evoca molto l’immaginario del primo Lucio Corsi. Lo consideri tra i tuoi riferimenti? Ma soprattutto: quanto è stato importante per te preservare la “nudità” iniziale di queste canzoni?
L’assonanza con Lucio Corsi è un gran complimento e la sua recente influenza su di me è stata evidente e molto importante, ma ci sono alcune premesse altrettanto fondamentali da fare: Lucio ha tutta la mia stima, ma ho iniziato ad ascoltarlo poco prima del suo debutto a Sanremo. L’influenza della sua penna e della sua propensione alla fantasia e al surreale mi hanno fatto capire cose su miei brani che dobbiamo ancora iniziare a registrare in studio con il gruppo e che ho scritto relativamente da poco. Infatti, la lunga produzione di Un altro modo per chiamarmi artista è durata due anni e mezzo per via di varie complicazioni, ma nel frattempo di dischi ne sono nati altri due, scritti da me e arrangiati con la band. I brani di questo primo album, uscito a giugno, risalgono in realtà alla mia adolescenza, precisamente in un periodo che va tra i miei 14 (come Dentro la parete, il brano più vecchio del disco) e i miei 18 anni.
Un secondo concept album di dieci brani, basato su La fata carabina di Daniel Pennac, e un terzo – il prossimo che cronologicamente faremo uscire – sono già pronti e noi stiamo solo piano piano cercando di metterci al passo. Perciò quando ho scritto Caccia alle streghe non avevo idea di chi fosse Lucio Corsi: la sua influenza su di me riguarda principalmente nuovi brani. Però credo che le nostre scuole di pensiero siano molto affini e ritrovo in entrambi una voglia di spontaneità e uno sguardo sempre fisso al passato che mi rendono fiero del paragone! Anche la prevalenza dell’acustica nel primo Lucio e nei miei brani è una buona osservazione, ma dal punto di vista di un cantautore credo sia abbastanza naturale che le prime opere siano pensate con lo strumento con cui ci si approccia (chitarra o piano che sia), rispetto a saper vedere completamente un arrangiamento già dalla fase embrionale della creazione. Quello si può sviluppare soltanto con il tempo.
La tua scrittura affonda le radici nel cantautorato classico, dove la parola è spesso sacra e “geometrica”. D’altra parte i tuoi musicisti (Mattia, Andrea, Francesco) vengono dall’indirizzo Jazz del Conservatorio di Latina, mondo dove domina l’improvvisazione e la libertà armonica. Come si è arrivati ad un punto di equilibrio tra queste due anime apparentemente opposte?
In realtà questa separazione forse andrebbe vista in maniera meno netta tra me e i ragazzi. Io ho studiato piano e tastiere pop al Saint Louis College of Music per due anni dopo il liceo, e nello studio del pop sono convinto sia inevitabile anche approcciarsi al jazz, com’è accaduto con me, anche se in maniera molto meno approfondita rispetto a loro. Loro invece, nonostante siano iscritti a un indirizzo jazz, si sono sempre avventurati in vari generi ognuno con le proprie preferenze, e si adattano perfettamente a tutti i contesti. Credono nel progetto, io credo tantissimo in loro, e poi ci divertiamo da morire. Tutto ciò ci permette di trovare una connessione che trascende la divisione in generi e punta solo alla veste migliore che una canzone può indossare, all’abito giusto da cucire su misura su un brano che nasce da me, ma che poi evolve quando siamo tutti insieme. La veste che cerchiamo si chiama arrangiamento e nasconde molte più possibilità di quanto generalmente si possa pensare.
C’è un passaggio di Romanza in cui lanci una critica chiarissima all’industria attuale: “Chi è disposto a tutto / Pur di un po’ di innovazione / Tranne a lasciar andare il ciclo della storia / Per avere una nuova canzone”. Sembra un attacco frontale a chi rincorre forsennatamente l’hype, l’algoritmo o i trend del momento. Che rapporto hai con il mercato musicale di oggi?
Un rapporto decisamente difficile, ma sto anche provando a comprenderlo e ad aprire gli occhi rispetto a un’era, quella in cui ho scritto i brani, in cui mi interessavano solo il mio pensiero e ciò che ritenevo giusto io, come se il mondo mi dovesse qualcosa. Oggi il mio pensiero non è cambiato, ma inizio a capire che la lotta sia più ardua del previsto. Ritornando su Corsi, lui è qualcuno che è riuscito a vincerla rimanendo sé stesso, riportando il passato nel suo piccolo, le chitarre, il cantautorato, il Glam Rock… e poi le storie, i concetti, la voglia di pensare qualcosa convintamente e di scriverlo in un brano perché ci si crede. Qualcuno che ha “lasciato andare il ciclo della storia / per avere una nuova canzone / ma come tre decenni fa”, appunto. E a me ha dato tantissima speranza.
Ormai non abbiamo perso soltanto la musica suonata, abbiamo perso la visione completa dei progetti, l’ascolto dei dischi per intero e poi dei successivi, la voglia di sentire una canzone per farsi narrare una storia, per pensarci su, per permettere che viva dentro di noi anche quando finisce. E il fatto che un brano sia “orecchiabile” e che passivamente possiamo continuare a canticchiarlo non c’entra proprio nulla con questa scia che il cantautorato e la musica di prima lasciavano dietro di sé. La riflessione – ma non quella noiosa, non quella della meditazione o delle conferenze – la riflessione della notte, quella che ti fa piangere, o quella del giorno, che fa venire voglia di andare da un amico e raccontargli cosa ci si è fatti narrare da qualcuno che ha deciso di dedicare la propria vita a trovare il modo più giusto per farlo, passo dopo passo, in una canzone. Oggi se ascoltiamo un brano non abbiamo più nulla da raccontare appena finisce, è difficile ricordarsi anche solo l’autore ed è diventato tutto normale, nonostante sia tremendamente depersonificante. In pochi hanno una propria impronta e un pubblico che li segue per chi sono, per cosa pensano e per cosa raccontano, non per un brano uscito meglio degli altri. E sono loro quelli che lottano, che puntano a un investimento più lungo e più grande, che rischiano davvero.
Hai definito Susi una delle canzoni più coraggiose del disco perché costruita come un piccolo enigma pieno di simboli. Al centro del brano però metti una domanda spietata: “Chi non ha mai dato via la sua nostalgia per un po’ di libertà?”… Come lo proietti su di te questo concetto? Secondo te per essere libero di difendere la propria musica e la visione artistica nel mondo di oggi, a cosa si deve rinunciare?
Non credo ci sia qualcosa di preciso a cui si deve rinunciare, credo che ogni musicista oltre che a rincorrere la bellezza con le proprie canzoni debba anche capire la strategia giusta da attuare in base a come si è e a ciò che si vuole fare e scrivere. Ma non credo neanche nella musica fatta solamente per guadagno, nonostante stia diventando sempre più facile, dalle grandi etichette che ripropongono copie in serie a privati che lavorano con Spotify grazie a brani scritti e prodotti con l’intelligenza artificiale. Non mi stupisco di chi non vede nella musica una missione ma uno dei tanti tentativi vani oppure l’ennesimo investimento, ma mi stupisco di come la gente sembri non avere più bisogno di ciò che pretendeva prima che internet prendesse il sopravvento su tutto. Perciò credo che la strategia giusta vada sempre premeditata e adattata sulle proprie caratteristiche principali, che per un artista sono la propria forza.
Mi chiedo ogni giorno, però, quale sia veramente la strategia giusta per ciò che voglio fare io, cioè a cosa rinunciare e su cosa puntare, e una vera risposta non l’ho ancora trovata. Non voglio pensare che in questi decenni così scarni avere voglia di fare il cantautore sia un vantaggio – perché anche “nella nicchia” non ce ne sono più tanti come una volta – ma nemmeno uno svantaggio. Se oggi non ce ne sono così tanti un motivo ci sarà: che fine hanno fatto? Forse siamo in tanti ma non ci conosciamo perché non abbiamo più una voce? Tempo fa ne ero convintissimo, ora penso più che forse siamo effettivamente pochi. In ogni caso Susi parla di questo, ma racconta più di me che della strategia giusta da attuare. Al massimo pone delle domande, le stesse che mi pongo io da tempo.
In tutto il disco un po’ qua e là si coglie questo concetto della crescita (sia in Romanza che in Pan): solitamente la crescita viene associata alla consapevolezza, mentre tu parli di come diventare grandi e “più umani” coincida con il perdere la vista e diventare ciechi. Dal tuo punto di vista c’è il rischio che attraversando le varie fasi della vita ci si trasformi in quell’adulto cinico da cui cerchiamo di scappare?
È proprio questa la domanda alla base di E il tempo mi protegge nello specifico, ma anche degli altri brani citati. Come dicevamo all’inizio questo disco, compresi alcuni collegamenti interni tra le canzoni, non è un concept album, è un’intera adolescenza. Un disco dove effettivamente il tema della crescita è centrale, scritto quasi interamente durante il liceo con la domanda costante di cosa sarebbe successo dopo. Ora ho quasi ventidue anni e tutta questa paura la ricordo, ma non la provo più. I timori ci sono ancora ma sono diversi, cambiano i problemi come cambia la vita. Il liceo non è più la casa che ho lasciato ieri, è qualcosa in cui neanche mi ritrovo più, com’è giusto che sia.
L’album va contestualizzato pensando a quel periodo della mia vita in cui sono stati scritti i brani. In Romanza invece dico “Ora son diventato più umano / ma anche molto più cieco perché so che vedrò / chi è disposto a tutto pur di un po’ di innovazione…”: in questo caso la cecità riguarda la musica, la lotta del cantautore contro il resto, l’intorno, la società. E di fatto sono questi, principalmente, i due temi ricorrenti del disco. La cecità è un sentimento volontario, una costrizione che il cantautore si autoimpone per restare fuori da un contesto sociale che reputa musicalmente marcio, portando avanti la propria musica, la propria scrittura e il proprio pensiero senza che l’intorno entri eccessivamente all’interno, salvaguardando la propria spontaneità.
Nel disco si muove una vera e propria umanità di vinti e figure di confine: penso a un prete, un giudice, un ubriacone, un secondino. Mi viene in mente De André e Non al denaro non all’amore né al cielo. Ti chiedo senza giri di parole: questi personaggi sono proiezioni della tua interiorità che prendono vita, o potrebbero essere specchi e caricature della società in cui viviamo ogni giorno?
Dipende dai personaggi, ma De André è azzeccatissimo perché per me è sempre stato un maestro, da quando mio padre me lo faceva ascoltare da bambino a oggi, passando per le mille fasi della vita in cui Faber c’è sempre stato e mi ha insegnato tantissime cose. Susi e Pan ad esempio sono proiezioni della mia interiorità, NOF4 è un personaggio realmente esistito, mentre l’ubriacone di Caccia alle streghe è più una caricatura di uno dei volti della società in cui viviamo. Alla prima piuma è invece una storia immaginaria e metaforica, ancora meno connessa alla realtà rispetto alle altre: spinge alla riflessione su ciò che se ne va, sulla velocità in cui la vita può cambiare e su come ci accorgiamo di ciò che abbiamo solo dopo averlo perso. I personaggi però non ricoprono altro ruolo se non quello all’interno della storia senza troppi simbolismi, come una favola priva di allegorie ma i cui personaggi hanno senso di esistere in funzione di una morale finale collettiva.
Dunque le varie figure che troviamo nell’album hanno forme diverse e ragioni diverse di essere state scritte. Ciò che ha unito questi personaggi è stata proprio la voglia di crearli, di modellare un mondo attraverso tutti i brani scritti, gli esperimenti fatti e le riflessioni appuntate del lungo periodo adolescenziale. Facendo un paragone con La fata carabina, di cui parlavamo prima, è un lungo filone da ascoltare dall’inizio alla fine sia per quanto riguarda i testi e la storia, ripresa dal romanzo, sia per le musiche, gli arrangiamenti e lo stile dei brani. È coerente, mentre questo primo disco no. I personaggi hanno iniziato a esistere autonomamente e singolarmente mentre nascevano le canzoni, senza particolari connessioni diverse, e quando hanno raggiunto un certo numero ed è arrivato il momento di raccoglierli in un disco è nato un mondo in cui hanno iniziato a conoscersi e ad essere improvvisamente parte dello stesso universo.
Nel brano Dentro la parete (ma anche nella title track) citi Fernando Oreste Nannetti, in arte NOF4, colui che ha inciso il suo capolavoro sulle pareti del manicomio di Volterra con la fibbia di un corpetto. Perché a ventun anni hai sentito l’urgenza di dare una voce musicale proprio a lui e alla sua dolorosa necessità di comunicare? Ti senti, in qualche modo, vicino a quella forma di arte totalmente isolata e vista come qualcosa fuori dagli schemi standard di maturità? (Tra l’altro penso a quando dici “Lauree e studi in farmacologia / mi diagnosticano il vizio di una mia felicità”)
Qui facciamo un bel passo indietro, perché Fernando potrebbe essere stato l’inizio di tutto o per lo meno del disco, essendo la traccia che ho scritto per prima. Però il fascino di NOF4 e della sua storia mi ha colpito già da molto prima. A tredici anni, quando andammo a vedere il manicomio di Volterra con la mia famiglia da buon adolescente non avevo alcuna aspettativa. E invece ricordo che lungo il perimetro della struttura ci aspettava un capolavoro, oltre a rappresentazioni teatrali, letture e ricostruzioni che ci hanno accompagnato nella visita, e dopo la giornata a Volterra era già nato qualcosa. Qualcosa che riprendeva le lettere di Fernando che ci avevano letto poco prima. Ma era solo un testo, uno dei miei primi esperimenti, assolutamente nulla di valido né di musicale.
Un annetto dopo, o forse poco più, quando già ero al liceo e il mio rapporto con la musica iniziava a cambiare, ho ripreso quel foglio stracciato che ancora conservavo, quella prova di canzone malriuscita, e l’ho riscritta con qualche accordo sotto e come oggi la potete sentire. È stato quello che considererei un primo vero brano, il primo in cui iniziai a credere. Fernando è rimasto un simbolo per il ragazzino che ero. Ascoltavo Fabrizio De André e tutti i suoi personaggi, ne rimanevo estasiato e ne volevo anch’io alcuni miei, una cricca di gente inventata che potesse racchiudere quello che pensavo e ciò che avrei voluto pensare. E NOF4 è stato il primo, l’unico reale, quello che ringrazio di più.
Parlando di Musicultura, come è stata quella esperienza? In particolare, parlaci di cosa ti ha lasciato e se ci sono altri momenti della tua carriera che vorresti rivivere…
Musicultura è stata un’esperienza fantastica, oltre al primo pretesto per uscire dalla regione con la band e farci un viaggio che mi ha tagliato in due dalle risate (su Instagram, sul profilo @vizzino_e_co, ci sono ancora video dove soprattutto Andrea Fratoni – il bassista – sfoga la sua indole da stand-up comedian). Purtroppo la nostra avventura si è fermata alla prima fase live a Macerata, nel teatro Lauro Rossi, che comunque è stato uno dei più grandi su cui siamo saliti. Forse alla pari del Primo Maggio di Latina per numero di spettatori, ma lì giocavamo in casa.
Sul palco delle audizioni live di Musicultura, davanti a una giuria e a un pubblico inevitabilmente composto anche da altre generazioni, hai cantato dei versi sulla produttività: ad esempio parli di non bere perché domani si lavora, di cedere il tempo alla società, di “prendere ordini per forse mezza vita per poterli dare nell’altra metà”. Che effetto fa a un ragazzo della tua età cantare il fallimento totale del modello di vita basato sul dovere?
Mi capita spesso, soprattutto con i pezzi nuovi (ed E il tempo mi protegge è il più giovane di questo primo album) di scrivere cose in cui so di avere torto, di avere spiegazioni migliori, o almeno di cui mi faccio una ragione. Ma all’interno delle canzoni poi prevale sempre una componente emotiva che mette le radici in questo lato contraddittorio dell’animo umano, per cui si critica qualcosa a cui non abbiamo soluzione, ma che intacca comunque il nostro imprescindibile senso di giustizia. Questi versi non sono la lamentela di un ragazzetto che finisce il liceo, si ritrova ad affrontare la vita e vuole ignorarla per bivaccare e rimanere piccolo com’era, ma un pensiero contrario alla società in cui viviamo, pur sapendo di non avere migliori possibilità e soprattutto di non volerle, abituati a questa continua scalata sociale che ci accompagna per quasi tutta la vita. Perciò, continuando a riconoscere i punti di forza di una società organizzata (e non ne faccio né un discorso politico né italiano, forse occidentale, ma includendo comunque una gran fetta di mondo), credo sia inevitabile sentirsi intrappolati a volte da un sistema comodo, ma non scelto da noi.
La tua musica tradisce influenze che vanno molto indietro nel tempo, dalla scuola genovese a quella romana degli anni ’70, passando per il jazz classico. In un’epoca in cui i tuoi coetanei masticano prevalentemente tutt’altro genere, quali sono i dischi o gli artisti insospettabili che ascolti (quindi riferendoti proprio a quelli che nessuno si aspetterebbe da te)?
I miei anni, musicalmente e paradossalmente, sono stati molto lontani da me, soprattutto nel periodo in cui questo disco è stato scritto. Per me c’era solo la musica di una volta, l’unica che mi interessava, il moderno quasi lo schifavo. Perfino a livello strettamente musicale, qualsiasi suono non fosse acustico per me era già un tradimento. Poi pian piano ho capito che questa visione estremista e bigotta delle musica fosse un errore; ora un sintetizzatore mi affascina, mi piace e soprattutto non mi fa paura. Mantengo comunque una netta propensione al passato e alcune cose della musica attuale che per motivi organici e intrinsechi non mi vanno proprio giù. Se dobbiamo fare qualche nome più vicino a noi non credo ci siano molti scheletri da tirar fuori dall’armadio: ho iniziato ad approcciarmi a progetti come Marco Castello, Corsi, Nu Genea, Fitness Forever, tutti con una spiccata componente retrò che è parte del mio mondo. E poi secondo me la gente inizia pian piano ad aver bisogno di tornare a sentire qualcosa di suonato, di vedere degli strumenti veri e qualcuno che ci mette le mani, ma chissà…
Chiudiamo con una domanda volta al futuro: cosa pensi che accadrà da qui in avanti e nel prossimo futuro della tua carriera? Stai lavorando a un concept album, è appena uscito il tuo primo disco.. ora che il pubblico è pronto a conoscerti quale pensi sia la tua paura più grande?
La mia paura, banalmente, penso sia quella di tutti, cioè che si blocchi il corso dei passi avanti, ma siamo positivi e speranzosi. Il concept album, che abbiamo già portato live in vari occasioni, per adesso lo teniamo nel cassetto e stiamo già registrando il terzo disco che ho scritto. Siamo alla ricerca di un nuovo sound, mantenendo i nostri punti di forza senza tradire il progetto ma abbracciando il nostro secolo. Con le ritmiche e la fretta dei nostri tempi fuse alla calma e alla poesia del cantautorato vecchia scuola, sempre convinti di poter andare avanti anche tornando indietro. Un altro modo per chiamarmi artista è di fatto una presentazione, il preambolo di un romanzo più grande che stiamo ancora scrivendo.
Nel frattempo, è fuori anche il videoclip della title track, una produzione Free Club Factory. Scritto, diretto, montato e postprodotto da da Leonardo Angelucci e Matteo Troiani, con Fabio Mancini alla direzione di produzione e Futura Valenza per MUA, costumi e assistenza di produzione.