In questi ultimi anni il panorama della musica alternativa italiana resiste, e dimostra di non arretrare di fronte alla crescente omologazione discografica. Cresce infatti la capacità di sapersi esprimere anche con realtà che guardano al di fuori dei confini. Ne sono un esempio i piacentini Leaving Venice, progetto fondato nel 2024 che dall’inizio di quest’anno ha saputo imporsi come una delle rivelazioni più interessanti di questo 2026. Il quartetto – composto da Sara Groppi (voce e chitarra), Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria) – ha fatto il suo esordio per l’etichetta Dear Gear Records con Price of Caring.
Il disco, in otto tracce, si muove con precisione lungo i binari dello shoegaze e del dream pop, generi storicamente legati alla tradizione nordeuropea e britannica, ma qui riadattati con forte identità. Il lavoro dei Leaving Venice vive di contrasti che si fanno spazio tra le atmosfere sospese tipiche del genere. Le chitarre sognanti, l’ampio uso dell’effettistica ereditano la lezione storica degli Slowdive. Al di là dell’indubbia cura stilistica, il fulcro del disco è una certa urgenza espressiva che esplora i costi psicologici ed emotivi dell’empatia.
Il secondo singolo estratto dall’album, Heaven’s Bright, si sviluppa su un netto contrasto dinamico, in cui un arpeggio delicato e la delicatezza delle melodie vocali si scontrano con improvvise “esplosioni” di matrice alt-rock. Il brano è definito dalla stessa band come “un atto d’accusa contro la positività tossica dei nostri tempi” e l’obbligo sociale di performare a tutti i costi. Un giro d’accordi cupo, quasi grunge (sia pure allungato nel riverbero) nel ritornello sfocia in qualcosa di decisamente nichilistico: “Heaven’s bright, unlike mine”, canta la band.
Di fatto quello lo shoegaze attuale è decisamente diverso da quello dei vecchi tempi, quando i grandi gruppi simbolo del genere non riuscivano ad ottenere il riscontro dovuto. I Leaving Venice scelgono espressamente di rivendicare il diritto alla fragilità e all’isolamento, intesi come forme di difesa della propria emotività.
Per approfondire qualcosa in più sul progetto, abbiamo avuto il piacere di parlare con la vocalist Sara per una breve intervista a nome della band (Nel frattempo, segnaliamo che il prossimo 23 ottobre i Leaving Venice faranno parte della terza edizione di Shoegaza).
La tracklist di Price of Caring:
- Heaven’s Bright;
- Coming Clean;
- My Mine;
- Zebra;
- Emotional Guy;
- Second Time;
- Mind C;
- Price of Caring
Leaving Venice – Intervista

Iniziamo dal progetto: quando e come è nato? Alcuni pezzi, come la title-track del vostro album d’esordio, erano già pronti prima che i Leaving Venice prendessero forma ufficialmente: esisteva perciò già una consapevolezza e un’ambizione latente di dare vita a un progetto che fosse più strutturato, oppure la band è nata come “casa” per quelle canzoni?
La band è nata nella primavera del 2024, quando tramite conoscenze in comune ho conosciuto Nico, Tommi e Diego. Stavano cercando chitarra e voce per un nuovo progetto e abbiamo deciso di fare una prova insieme. Ci siamo trovati subito in sintonia, quindi siamo andati avanti. Alcuni brani erano già stati scritti in forma strumentale dai ragazzi e su questi ho semplicemente scritto linea vocale, chitarra ritmica e testi. La title track è invece un caso a parte: l’ho scritta da sola prima che nascessero i L.V., in un momento particolarmente scuro, e ho poi deciso di portarla dentro al progetto. Il pezzo però è rimasto così come l’ho scritto io, non lo abbiamo mai riarrangiato così che mantenesse il suo tono intimo.
All’interno dei Leaving Venice convivono background musicali che sembrano distanti tra loro: c’è chi viene dal jazz, chi dal crossover e chi addirittura dal post-grunge. In che modo radici così diverse – penso all’improvvisazione del primo o alla spinta ritmica del secondo– sono riuscite a sintetizzarsi nella linearità di questo disco? E, provocatoriamente: riuscireste mai a stravolgere uno dei vostri brani in una traccia totalmente jazz, o sentite che il dreamgaze è l’unico linguaggio possibile per rappresentarvi?
Non definiremmo i nostri pezzi così lineari, o almeno non tutti. Nello shoegaze e il dream pop, le parti ritmiche in particolare tendono ad essere molto “dritte”. Invece, ad esempio, nei nostri brani Diego con la batteria ha introdotto elementi che si distaccano da questa linearità e pensiamo sia una delle cose che ci distingue all’interno del genere. Anche le chitarre in certi casi hanno spinte ritmiche che si distaccano dagli accordi lineari tipici del genere. Pensiamo che i nostri background abbiano quindi portato ad associare il nostro progetto al dream pop e allo shoegaze, ma senza incasellarci troppo mettendo paletti o regole di stile.
Il vostro è considerato dalla critica uno dei migliori esordi dell’anno in Italia per questo genere: questa attenzione improvvisa è uno stimolo a fare ancora di più o vi mette addosso una certa ansia da prestazione, se così si può dire? Come si gestisce il peso delle aspettative dopo un esordio di questo tipo?
Apprezziamo il complimento ma rimaniamo molto umili in questo senso, anche perché ci sono talmente tanti gruppi fortissimi in questo genere che a volte è difficile considerarsi davvero capaci. Umiltà a parte, siamo molto soddisfatti di come sia stato accolto il disco. Anche perché ci siamo inseriti in un giro, soprattutto a livello di live, in cui speravamo. Abbiamo conosciuto in questi mesi tantissima gente, band, promoter, etichette, e collettivi che formano una rete capace di connettere, accogliere, e costruire situazioni davvero fighe insieme. Per quanto riguarda le aspettative, al momento cerchiamo solo di divertirci.
Il disco dura circa 27 minuti per 8 tracce. È un formato quasi d’altri tempi, molto compatto ed essenziale, e soprattutto ormai tipico di altri generi musicali. Non c’è stata la tentazione di espandere i brani con le classiche lunghe code strumentali dello shoegaze (penso a band come Ride o Slowdive, per capirci): avete cercato volutamente la sintesi per rendere più “urgente” il messaggio che volevate trasmettere?
In questo senso non c’è stato un intento preciso. Come anche per il discorso del genere musicale, non avevamo intenzioni o regole rigide che poi abbiamo seguito. E’ stata una scrittura naturale e spontanea e i pezzi sono nati quasi da subito senza cambiare particolarmente forma nel tempo. Poi, certo, i dischi brevi in questo periodo storico sono di più facile ascolto perché ormai siamo tutti ascoltatori un po’ meno pazienti rispetto a prima, purtroppo. Ma non è stato nulla di intenzionale.
Avete scelto di scrivere i pezzi di Price of Caring interamente in inglese. Una scelta che è legata alla volontà di dare al lavoro il respiro internazionale richiesto dal genere. Non temete che per una band emergente in Italia questa possa essere un’arma a doppio taglio, rischiando di tagliare fuori una fetta di pubblico?
Pensiamo ci sia la credenza diffusa che i gruppi che cantano in italiano abbiano più successo in Italia perché chi li ascolta capisce i testi nell’immediato. Può essere vero, ma allo stesso tempo non crediamo che il pubblico debba per forza capire ciò che viene cantato, la musica non è fatta solo di testi. Anche perché, siamo onesti, tra i muri di chitarre dello shoegaze, chi è che le sente le parole? (ride, ndr).
Perché, secondo voi, lo shoegaze (e tutti i sottogeneri attinenti) in questi ultimi anni, soprattutto qui in Italia, sta vivendo una grande rinascita? Per voi, la fascinazione verso un sound così introspettivo nasce da una forma di rassegnazione sociale – un ritirarsi nei propri “angoli bui” – o al contrario è l’unico modo per proteggersi emotivamente dall’obbligo di apparire sempre performanti? (E qui ci colleghiamo al vostro singolo, Heaven’s Bright, che attacca la tossicità dell’ottimismo forzato)
La rinascita dei generi è sempre ciclica, quindi era questione di tempo, anche se lo shoegaze di oggi è comunque influenzato da altri generi, e questo si sente un po’. Sia lo shoegaze che il dream pop rimandano all’idea di introspezione e “di timidezza” sul palco. Sono nati come risposta ad altri generi dove di norma si cercava al contrario di dare spettacolo sul palco, di interagire con la folla, o di andare a cantare in mezzo al pubblico. Sono tutte caratteristiche che sottolineano un’idea di dinamicità, di velocità, di reattività.
In effetti questo sembra ricollegarsi all’idea che esprimiamo in Heaven’s Bright, ovvero il rifiuto dell’apparente imposizione di andare sempre più veloci, essere pronti, scattanti. Probabilmente lo shoegaze sta rinascendo anche per andare contro tutto questo. Ad esempio a me più di una volta, dopo essere scesi dal palco, è stato detto “perché non vi muovete di più?”. La cosa interessante è che non mi è stato mai detto da persone sotto i quarant’anni, e questo la dice lunga.
Raccontateci un aneddoto direttamente dalla sala di registrazione.
Uno dei primi giorni delle registrazioni di batteria, per puro caso abbiamo trovato nascosto in un angolo un peluche di un orsetto polare, che poi è diventato la mascotte ufficiale del disco e del periodo di registrazione. Se guardate i nostri caroselli delle registrazioni su Instagram lo vedete sempre che spunta da qualche parte!
Abbiamo letto del bel rapporto nato con la Dear Gear Records e dell’opportunità di aver incrociato la strada con altre realtà affini, come i Six Impossible Things. Com’è stato lavorare in questo micro-cosmo indipendente?
Enrico della Dear Gear è un nostro grande supporter e ci ha sempre consigliati e sostenuti nel percorso del progetto, come anche Orazio di Doppioclic promotions. La cosa che abbiamo notato nella scena indipendente shoegaze è che si cerca davvero di aiutarsi a vicenda, proprio come è sempre successo con i SIT. Ci si ritrova nel pubblico ai rispettivi live, ci si dà una mano con le sostituzioni per le date se dovesse servire, ci si scambiano pareri sui propri lavori. E’ un ambiente che ti fa sentire meno solo e in cui, soprattutto, nessuno si approfitta dell’altro. I rapporti che si creano qui sono autentici.
Dallo studio di registrazione fino ai primi live. A luglio avete avuto l’occasione di esibirvi al Soglianois, una delle vetrine più importanti del genere e per tutti gli appassionati. Come è andata?
Suonare al Soglianois è stato davvero come essere a casa. Abbiamo trovato tante facce amiche, sia tra le band con cui abbiamo condiviso il palco, sia tra pubblico e organizzazione. Ci siamo divertiti tanto e abbiamo avuto modo di consolidare ulteriormente tanti bellissimi rapporti all’interno della scena. Ringrazieremo per sempre Bart dei Cosmetic per l’opportunità.
Price of Caring è un album da cui emerge anche una sottile traccia di nichilismo. I testi dei Leaving Venice e le chitarre che usate evocano luoghi che sembrano non esistere più, frammenti di memoria sfocati. Da dove nasce questa urgenza di fotografare ciò che si è perso o che sta svanendo?
A volte questo approccio può essere interpretato come un aggrapparsi eccessivo al passato, ma noi siamo anche convinti che guardarsi indietro serva a capirsi e a conoscersi. Scriverne, in fondo, è un modo per aiutarci a elaborarlo.
Ultima domanda. Avete detto che passerà molto tempo prima di un nuovo album, preferendo concentrarvi sui live per continuare a promuovere il disco. E’ una scelta che nasce dal bisogno di far sedimentare Price of Caring sul palco, o sentite il bisogno di ricaricarvi un po’ dopo esservi messi così a nudo in questo debutto?
Il lavoro in studio, oltre a essere molto dispendioso, è anche estremamente impegnativo, sia mentalmente che fisicamente. Richiede tanta concentrazione e ti costringe a metterti in gioco, a sbagliare, a metterti a nudo. Dopo una fatica del genere, la necessità di lasciarsi andare sul palco ed farsi attraversare dalle sensazioni che si provano suonando live è molto naturale. Pensiamo di poter parlare a nome di tutti o comunque di tanti gruppi che abbiano mai registrato musica.
