Con “Solite facce di”, Bello Sguardo sembra aver trovato il punto in cui diverse parti del progetto riescono finalmente a convivere: la chitarra, strumento di partenza, la voce e un’elettronica fatta di sintetizzatori, drum machine, campioni e produzione. È proprio da questo equilibrio che prende forma un progetto in cui la dimensione fisica del musicista e quella artificiale della macchina non sono due elementi separati, ma parti dello stesso linguaggio.
La ripetizione diventa uno degli strumenti attraverso cui raccontare una sensazione più che un concetto, trasformando una frase diretta in qualcosa di progressivamente più ossessivo. Ma “Solite facce di” è anche il brano con cui Bello Sguardo racconta di aver trovato una direzione precisa, tanto da diventare il punto di partenza per i primi cinque brani dell’EP.
Abbiamo parlato di come è nato questo equilibrio tra chitarra ed elettronica, del rapporto tra scrittura e produzione, dei dischi che hanno contribuito a costruire questo percorso e, per chiudere, di una questione decisamente meno esistenziale: quale cocktail sarebbe Bello Sguardo?

Bello Sguardo intervista
1. In “Solite facce di” una frase molto diretta come “le solite facce di merda ti guardano” viene ripetuta fino a diventare quasi ossessiva. Quando hai capito che proprio la ripetizione era il modo giusto per raccontare quella sensazione di essere osservati?
La ripetizione secondo me è un modo molto efficace per provare a esprimere una sensazione, più che un concetto. In fondo è qualcosa che ritroviamo anche nella meditazione, dove la ripetizione può diventare quasi cruciale. Ripetere una frase cambia progressivamente il modo in cui la percepisci, e per questo mi è sembrato naturale usarla per raccontare quella sensazione di essere osservati. Più che decidere razionalmente di costruire un meccanismo ossessivo, mi è sembrato semplicemente il modo giusto per arrivare a quella sensazione.
2. Nel brano si passa da un’elettronica piuttosto alienante alle chitarre che irrompono e poi si interrompono bruscamente. Come hai costruito questi cambi di tensione e quanto è stato importante che la produzione seguisse quello che succede nel testo?
In realtà questo brano per me è importante soprattutto perché è quello in cui sento di aver trovato finalmente la giusta relazione tra la chitarra, che è il mio strumento di partenza, e tutta la parte elettronica. Le uniche cose realmente suonate a partire da uno strumento, in senso tradizionale, sono sostanzialmente la chitarra e la voce; tutto il resto nasce da sintetizzatori, drum machine, campioni e produzione elettronica.
Il testo è arrivato quasi contemporaneamente alla musica, ma non c’era una volontà precisa di far corrispondere un determinato passaggio del testo a un determinato cambio di produzione. È stato più l’insieme a funzionare. Con questo pezzo ho avuto la sensazione di aver raggiunto un obiettivo che cercavo da parecchio tempo: trovare un linguaggio che riuscisse a mettere insieme queste due parti in un modo che mi soddisfacesse davvero. Da lì, di fatto, è nato anche BELLO SGUARDO.
3. Il progetto nasce anche dall’idea di far convivere una sola persona con voce, chitarra ed elettronica, quindi controllo e possibilità di errore. Quanto questa dimensione “fisica” del progetto era già presente quando hai scritto “Solite facce di”?
Nello specifico di questo brano, quella dimensione fisica del progetto non esisteva ancora davvero. È nata praticamente insieme alla canzone. Nel momento in cui ho capito quale poteva essere il rapporto tra voce, chitarra ed elettronica, quella combinazione è diventata anche la base del progetto dal vivo e, più in generale, l’imprinting dei primi cinque brani che andranno a comporre l’EP.
Quindi non direi che SOLITE FACCE DI sia nata pensando già a un live set costruito in quel modo. È successo quasi il contrario: è stato il brano a suggerirmi quale poteva essere la forma del progetto.
4. Quali sono tre dischi che a tuo parere sono stati fondamentali per la tua formazione musicale? E in particolare tre dischi che ti hanno portato qui?
È una domanda molto difficile, perché ci sono tantissimi artisti e tantissimi dischi che mi hanno condizionato. Se però devo sceglierne tre che spiegano abbastanza bene come sono arrivato qui, direi sicuramente Lodger di David Bowie. Bowie per me è un punto di riferimento assoluto e in quel disco, anche grazie alla forte presenza e influenza di Brian Eno, ci sono momenti quasi folli, estremamente sperimentali, che mi sono rimasti impressi.
Un altro è Synthetica dei Metric. Per me è un disco praticamente perfetto nel modo in cui riesce a far convivere sintetizzatori, chitarre e voce. È molto ricercato, ma allo stesso tempo ha una scrittura talmente immediata che quasi ogni brano potrebbe essere un singolo.
Il terzo, molto più recente, è La terza estate dell’amore di Cosmo. È un disco che mi ha aiutato a proiettarmi definitivamente verso un universo più sintetico ed elettronico. Nel panorama italiano Cosmo è uno degli artisti che, secondo me, riesce meglio a mettere insieme la componente organica e quella artificiale senza far sembrare le due cose separate.
5. Ultima domanda, più frivola: se fossi un cocktail, quale saresti e perché?
Il Negroni. Semplicemente perché è il mio cocktail preferito.
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