Tra responsabilità professionali e necessità creative, Luca Sigismondi ha trovato nella musica uno spazio in cui confrontarsi con se stesso, senza rinunciare alla complessità delle proprie esperienze. Con “Reimparare ad amare”, il progetto solista che porta per la prima volta il suo nome, il cantautore sceglie di esporsi in modo più diretto, trasformando relazioni, paure, lutti e possibilità di rinascita in materia di scrittura.
In questa intervista parliamo del rapporto tra musica e imprenditoria, dei dischi che hanno contribuito alla sua formazione e della libertà di seguire una propria direzione, anche quando non coincide con le logiche del mercato.

Luca Sigismondi
Nella tua vita c’è anche una dimensione molto concreta e imprenditoriale, fatta di lavoro, responsabilità e decisioni. Quanto questa parte di te finisce per entrare nella musica, anche quando magari vorresti che la musica fosse proprio il luogo in cui smettere di essere “Sigismondi l’imprenditore”?
Sicuramente c’è tanto del Luca imprenditore, soprattutto nella parte di gestione. Oggi fare musica, soprattutto se si parla di progetti indipendenti, richiede una mentalità progettuale enorme, quindi non nego che avere un approccio strutturato mi aiuta. Inoltre vedo molte analogie: sia un’iniziativa imprenditoriale sia scrivere musica nascono dall’esigenza di creare qualcosa che prima non c’era e in entrambi i mondi ci vogliono visione e capacità di rischiare. Detto questo, scrivere canzoni è sempre stata una valvola di sfogo creativa che mi ha accompagnato nel tempo e sicuramente la vivo più come una necessità che una responsabilità. La musica, per citare una frase di “Reimparare ad amare”, rimane sempre la mia “isola di vita normale”, dove potermi rifugiare.
Quali sono tre dischi che a tuo parere ti hanno portato fin qui e sono stati importanti per la tua formazione musicale?
The Wild Hunt di The Tallest Man on Earth è l’album che mi ha riportato sulla strada del folk acustico e mi ha fatto riscoprire tutta una serie di sonorità a cui ero affezionato quando ero ragazzino. Poi lui è un esempio per tutti quelli che si vogliono esibire “nudi”, voce e chitarra, su un palco.
Bon Iver, Bon Iver di Bon Iver è forse l’album che ho ascoltato di più negli ultimi anni. Bon Iver è stato per me una grande fonte di ispirazione e di insegnamento, soprattutto per quanto riguarda la capacità di creare tensione tramite l’aggiunta e la sottrazione di strumenti durante lo sviluppo dei brani. Trovo molto affascinante l’idea di creare una stratificazione musicale per creare e variare atmosfera e far crescere un brano.
Per finire, Illinois di Sufjan Stevens, che per me è un piccolo capolavoro. La cosa che mi ha sempre affascinato di questo album è la capacità di unire il folk ad arrangiamenti complessi e orchestrali.
“Reimparare ad amare” sembra suggerire che il rapporto con la musica non sia rimasto uguale nel tempo. C’è qualcosa che oggi riesci a dire o ad affrontare attraverso una canzone che qualche anno fa non avresti avuto il coraggio, o semplicemente la necessità, di raccontare?
Come per “Reimparare ad amare”, dove gli equilibri della coppia cambiano continuamente perché sono le persone a cambiare ed evolvere, così come il contesto in cui la coppia vive e si relaziona, anche per la musica c’è sempre bisogno di evoluzione e cambiamento. Ad esempio, firmarmi per la prima volta con il mio nome significa aver fatto pace con chi sono, accettare i miei difetti e avere il coraggio di espormi al 100%.
Le tracce che comporranno l’album in uscita a inizio 2027 parlano di relazioni, di paure e di speranza, del tempo del lutto e della morte, di rinascita e di amore, l’amore familiare e l’amore fisico, di leggerezza e resilienza. Scriverle è stata un’avventura, un viaggio per la redenzione in un momento in cui la vita adulta rischiava di affossarmi sotto il peso delle sue responsabilità.
Dopo aver vissuto la musica anche da una prospettiva più professionale e imprenditoriale, quanto è difficile tornare a considerarla semplicemente come un bisogno personale, senza pensare a strategie, risultati, numeri o a tutto quello che le gira intorno?
Sinceramente, per me la musica è sempre stata semplicemente un bisogno personale, quasi un atto di necessità. Non sono molto interessato a strategie, risultati, numeri o a tutto quello che le gira intorno. “Reimparare ad amare”, ad esempio, con i suoi oltre cinque minuti, rappresenta una scelta piuttosto distante dalla logica del singolo contemporaneo, ma quando l’ho scelto come primo singolo non ho pensato a classifiche o algoritmi: volevo solo una canzone che rappresentasse il mio mondo e la mia poetica.
Ultima domanda: se fossi un drink, quale saresti e perché?
Probabilmente un Old Fashioned, che ha un po’ il fascino d’altri tempi. Io sono una persona che ama la tradizione e l’autenticità piuttosto che le mode passeggere. Apprezzo le cose fatte come una volta, con pochi ingredienti ma di carattere, e credo che questo si rifletta anche nella mia musica e nelle scelte sonore fatte. Poi sono un amante della lentezza e della qualità, e l’Old Fashioned è un drink da sorseggiare con calma. Inoltre sono un grande fan di Mad Men, una delle mie serie TV preferite, e a Don Draper non poteva mai mancare un buon vecchio Old Fashioned.
