matte: “Il cinema ha sempre influenzato la mia vita”

Matte, al secolo Matteo Loisotto, si muove lungo un confine sottilissimo e affascinante dove la settima arte e la forma canzone finiscono per specchiarsi. Il suo nuovo singolo, Quanto distante Parigi, ne è una rappresentazione perfetta e per l’occasione ci abbiamo scambiato quattro chiacchiere.

matte intervista

In tre parole, come descriveresti l’anima sonora e testuale di questo nuovo singolo?

Nostalgica, speranzosa e parigina.

Nel finale del brano il ricordo si trasforma in azione con la frase “Vengo verso di te”. E’ una scelta di istinto o una consapevolezza maturata nel tempo?

È stata una cosa molto istintiva. Dopo i primi mesi di lontananza ho sentito il bisogno di non lasciare passare troppo tempo tra un incontro e l’altro, così abbiamo iniziato a cercare ogni occasione possibile per ritrovarci a Parigi. Una città che per lei rappresentava l’inizio di qualcosa di nuovo, mentre per me, almeno all’inizio, era soprattutto il simbolo della distanza che ci separava.

Tra i tuoi riferimenti c’è l’album di Your Name. dei RADWIMPS e l’idea della musica come colonna sonora. In che modo il linguaggio cinematografico influenza la tua scrittura?

Il cinema ha sempre influenzato la mia vita. Quando l’idea di una canzone inizia ad accendersi nella mia testa spesso me la immagino come se fosse la scena di un film. Crescendo, questa immaginazione è diventata sempre più importante e, soprattutto, dopo i miei studi all’università di cinema, quando come tesi ho deciso di trattare una figura lavorativa fino a quel momento a me sconosciuta: il Music Supervisor.

Si tratta di una responsabilità precisa sull’accompagnare il regista nella scelta dell’utilizzo di una colonna sonora dedicata o formata da canzoni già esistenti e dell’ambiente sonoro che caratterizza l’opera, almeno per quanto concerne le opere cinematografiche. Questa applicazione della musica all’interno del cinema mi ha colpito molto e quindi sto cercando di utilizzare il linguaggio cinematografico, che ho interiorizzato, fatto di immagini e della regola d’oro “show don’t tell”, all’interno della mia musica.

Stai costruendo un percorso visivo coerente uscita dopo uscita insieme a Elena Scuri: qual è la linea guida estetica che volete seguire?

A livello visivo abbiamo cercato di evitare grossi effetti o costruzioni troppo elaborate, preferendo un immaginario pulito e limpido. Volevamo affidare agli oggetti un ruolo fondamentale, quasi fossero dei piccoli simboli all’interno di ogni brano: il BBQ per “Ricordi sparsi”, la tazza per “Con un messaggio” e i fiori per “Quanto distante Parigi”. Ma non volevamo che tutto si fermasse all’oggetto. Anche il movimento è diventato importante, proprio perché non volevamo raccontare qualcosa di immobile o già concluso. Ci piace l’idea di catturare dei momenti come fossero dei fermo-immagine: qualcosa è appena successo, qualcosa sta per succedere e noi ci troviamo esattamente nel mezzo. In questo modo lasciamo anche all’ascoltatore la possibilità di completare la storia, immaginando cosa ci sia prima e cosa possa accadere dopo. Credo che questa sia la linea che vogliamo continuare a seguire: immagini semplici, ma con abbastanza spazio perché sia chi guarda a dare loro un significato.

Nel 2023 hai realizzato il corto sociale “Quello che la vita è”: in che modo il cinema continua a dialogare direttamente con la tua musica?

Il cinema sta continuando ad influenzare la mia musica, sia in modo passivo, perché essendo un cinefilo assorbo moltissimo da quello che vedo, ma soprattutto in modo attivo perché al momento della stesura di un brano, me la immagino come se potessi mettere la mia canzone all’interno di un film e a quel punto cosa succederebbe nella scena.

 

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