Marco Machera – One Time, Somewhere

 

 

Prefazione.
Getto subito la maschera: ho avuto il piacere di conoscere Marco Machera nell’estate del 2011 a Big Indian, NY, dove ci siamo trovati a condividere quella che è stata una della più grandi esperienze musicali della nostra vita; dunque, tutti quelli che vedono in questo anche solo un filo di favoritismo, possono anche interrompere qui la lettura.

Leggi il curriculum di Marco Machera e ti viene da sgranare gli occhi: collaborazioni come se piovessero, e con nomi che non passano inosservati – Adrian Belew, Frank Gambale, Jennifer Batten (chitarrista shred di Michael Jackson!), Paul Gilbert, Jerry Marotta, e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno.
Poi leggi i guest presenti su questo disco, e siamo da capo: tra gli altri Pat Mastellotto, Rob Fetters (The Bears), Mark Kostabi.

Minchia.

Poi scopri che oltre a suonare il basso negli ottimi prog-rockers Mytho, MM ha una vena da songwriter d’altri tempi, una sensibilità artistica che aspetti da tanti, troppi anni, un gusto raffinato e dico poco.
Questo “One Time, Somewhere” prima ti spiazza, poi ti conquista, infine ti imprigiona.

Bisogna prepararsi, e non sempre è facile, ad un viaggio di trentatre minuti; occorre trovare il tempo, liberare la testa da tutti i pensieri ed essere pronti a farsi avvolgere completamente dalla musica, per assaporarne ogni atmosfera ed ogni sfumatura.
Qua non c’è da scapocciare, né da fare air guitar; c’è solo da sedersi ed ascoltare, per poi rimandarlo in loop una volta arrivati alla fine.
E questo per non rischiare di perdersi nemmeno una nota di questo maelstrom sonoro: ad ogni ascolto esce fuori un particolare, un arrangiamento e perfino una sensazione nuova, e mai che sia banale o meno che superba.

Ho impiegato parecchio tempo e numerosi ascolti per apprezzare questo lavoro, giacché durante i primi non ero nel mood giusto.
Dovessi spiegare il genere proposto, sarei in difficoltà in quanto il disco vive di tanti momenti diversi e per questo si fa apprezzare; a far da costante c’è però un romanticismo di base che è fuori dal comune e, mi ripeto, un gusto nella scelta di suoni, di parole e di note che non è cosa da giorni nostri.

L’iniziale “Hello” ci da il benvenuto con toni soffici, delicatissimi come se i Sigur Ros avessero preso uno Xanax e avessero fatto una jam coi Mono, diretti da uno Steven Wilson in estasi creativa: Pat Mastellotto ci delizia con un bridge di batteria elettronica da infarto e il ritornello di due accordi due (ribadisco, due, ma perfetti!) è ripetuto come una litania per quasi mezza canzone, e alla fine sei lì che preghi che non finisca mai.
E’ un inizio da 10 e lode, così come la seguente “Story Left Untold”, dal bellissimo testo e dall’andamento a metà strada tra i King Crimson dei primi 2000 e l’Adrian Belew ultimo periodo (specialmente quello di side two, al quale la canzone deve molto), ma è con “Days of Summertime” che si raggiunge indiscutibilmente l’apice del disco.
Questa canzone è un CAPOLAVORO, e non sto esagerando. Le melodie, gli arrangiamenti, il testo, tutto è perfetto e la voce di Rob Fetters rende questa ballata MEMORABILE (e potrei dilungarmi per pagine e pagine, ma preferisco che venga ascoltata, cosa che dirà più di mille parole).
Come a dire, se l’avesse composta un nome noto (o almeno ben pubblicizzato), avrebbe venduto copie a camionate.
La vita è ingiusta, ma forse a noi piace così.

Il track by track non è il mio forte e di certo non è una cosa che adoro, ma in un disco come questo è quantomeno necessario, vista l’eterogeneità del prodotto.
Per farlo capire ancora meglio dico solo che dopo il trittico iniziale in cui si rischia il salto carpiato delle coronarie, si arriva a “Bright Lights, Big City” che ricorda fortemente gli Smashing Pumpkins che giocano a fare l’alternative inglese dei nostri anni, per poi passare alla canzone più spiazzante del disco, “El Muerto!”, che merita una descrizione approfondita.
Non so come ci abbia pensato né come abbia avuto il coraggio di farlo, fatto sta che il nostro MM tira fuori tutta la sua audacia e, attingendo a piene mani dalle sonorità di Morricone, ci trasporta nel vecchio west dove, con l’aiuto di Smoky Hollow e addirittura di Giorgio Comaschi (in un cameo sul finale), ci troviamo nelle atmosfere tanto care a “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”, “C’era una volta il West” e, mi permetto, “Lo chiamavano Trinità”.
Un western in piena regola, con tanto di cavalli al galoppo, pistole, chitarre acustiche, cori vigorosi ed un cantato che non lascia dubbi.
Un po’ kitsch, un po’ ruffiana, sicuramente riuscita.

Una delicata ballata per synth e voce ci fa tirare il fiato, ma per le tre restanti canzoni il disco cambia decisamente (e di nuovo!) rotta: siamo su territori elettronici ma ugualmente molto melodici, dove synth e loop la fanno da padrone.

Voci che escono improvvise, parti recitate in tedesco e progressioni sonore su basi strumentali ci portano alla conclusiva “Troubled Childhood”, strumentale dal sapore d’oriente che evolve in un apice noyse con basso in evidenza e voce filtrata in sottofondo; ci saluta un minuto di toy piano che riprende il tema iniziale, delicatissimo epitaffio di un’opera che sta per concludersi.

Siamo alla fine del viaggio, i sensi sono appagati e le percezioni che abbiamo provato sono numerose e mai nessuna che abbia avuto una nota negativa.

L’esordio di questo ragazzo romano è un disco ricco di arrangiamenti e di idee, di belle canzoni e di soluzioni brillanti, di melodie indescrivibili ed di un’atmosfera romantica che non finirà di stupire; e sarei curioso di riascoltarmelo tra vent’anni quando, ne sono sicuro, mi intrigherà come fosse oggi.

Perché è un disco senza tempo.
Un disco MATURO.

Sicuramente pregno di rimandi ma mai, e sottolineo mai, che sconfini nella banalità e nella mediocrità. E se penso che è un debutto mi sento svenire.
Di artisti di questo calibro non ne nascono tutti i giorni e ignorarlo sarebbe come uccidere la musica di casa nostra e far vincere, di nuovo, il mercato il più commerciale.

Per poi, ovviamente, lamentarsene.

Claudio Scortichini

Track list

1. Hello
2. Stories Left Untold
3. Days of Summertime
4. Bright Lights, Big City
5. El Muerto!
6. Down Below
7. Götzendämmerung
8. Hire Her
9. Troubled Childhood

Line Up

Marco Machera – vocals, bass, guitars, sampling, loops, backing vocals, drum programming, treatments, sonic landscape, toy piano
Pat Mastelotto – drums and devices
Francesco Zampi – all strings, sound design, sampling, treatments, sound design
Theo and Hugh – speaking voices on “Stories Left Untold”
Rob Fetters – lead vocals on “Days of Summertime”
Smoky Hollow – vocals on “El Muerto!”
Mark Kostabi – piano on “El Muerto!” and “Troubles Childhood”
Giorgio Comaschi – voice of wisdom on “El Muerto!”

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