“Wound” è il primo LP dei Sea of Days – la recensione

Wound - Sea of Days
Con Wound, Shane Speed porta avanti il progetto shoegaze Sea of Days, mantenendo la traiettoria solista che ha sempre contraddistinto la sua produzione, pur spingendo la scrittura in un territorio più stratificato. L’album, uscito lo scorso 14 marzo, è un ottimo intreccio di dream pop e shoegaze con dimensioni più post-rock e ambientali.

Registrato, prodotto ed arrangiato interamente da Speed, l’album mostra da subito un’elevata coerenza sonora.

L’apertura è affidata al brano Wound Poem, che imposta l’estetica generale: ampi riverberi e un layering vocale tra Speed e la voce ospite di Maud Anyways ci riportano in un passato dal mood sognante, fluido ed etereo – caratteristiche essenziali del genere. La seconda parte del brano, completamente strumentale, si distingue richiamando alcune derive ambient degli Slowdive in Pygmalion. La sospensione temporale è accentuata dalle chitarre dilatate e dai synth più granulari.

Darkness segna invece una transizione verso un mood più cupo del disco, che ritroveremo spesso all’interno del disco. Il songwriting rimane lineare, ma a fare la differenza è il trattamento del suono. I testi iniziano a delineare il tema portante dell’album: la città come spazio alienante e lacerante.

Questo è il concetto che trova maggiore espressione in City Shroud, brano più lungo con i suoi 6 minuti e 40 secondi.

Al centro della narrazione il sudario urbano, avvolgente e anestetizzante diventa il simbolo dell’alienazione. Ritroviamo nel testo le immagini decadenti che si fondono con impliciti spunti politici: si lavora per accumulo, senza cercare una catarsi, che infatti non arriva. Una scelta che si dimostra voluta e coerente, anche nella denuncia “the city that can bind us“. Volpi che si accoppiano tra i rifiuti dispersi per la strada, i richiami all’uso costante di droghe che non riescono più a calmare… uno scenario post-apocalittico emerge dal brano centrale dell’album. Interessante l’immagine di un piumone che non riesce più a contenere né a proteggere. E’ il confine tra l’interno (l’io) e l’esterno (la città) che si sfalda.

Il senso di spaesamento viene ripreso anche nell’artwork del disco, rimanendo fedele al concept generale: sfumature di blu, rosso e bianco vengono utilizzate per rappresentare presenze animali. Degli uccelli volano verso un Sole decentrato. Tutto sembra suggerire una tensione costante tra ordine e caos, e se vogliamo ri-agganciarci a quanto detto sopra, tra centro e periferia urbana. Altra chiave di lettura è la visione animista del mondo, che sarà centrale da qui in avanti.

Arriva quindi Where do I begin, traccia che apre uno spiraglio: è senza dubbio la più luminosa del disco, pur parlando di addio consapevole alla persona amata. E’ una preghiera sussurrata tramite armonizzazioni semplici e chitarre ariose. Il ritorno alla natura prende forma nel verso “The trees will take me in”.

Va notato che il progetto Sea of Days aveva già esplorato i quattro elementi nei lavori precedenti; qui però terra, fuoco, acqua ed aria si fondono in una visione più completa, che possiamo definire spirituale.

Continuando l’ascolto si arriva a Duality, tra gli altri il brano più accessibile e melodico: una perla dream pop nel classico stile Cocteau Twins. Anche qui l’attenzione al dettaglio sonoro: i suoi riff eterei, i delay ed i continui riverberi che testimoniano un attento lavoro di studio. Queste chitarre distorte avvolgono, riflettono e scuotono. La salvezza che si trova nell’altro e l’incontro come specchio sono i temi del brano.

Music in Silence è forse il punto più “cure-iano” del disco, con un intro che richiama quasi esplicitamente The Same Deep Water as You, direttamente da Disintegration. Attenzione però a non confondersi con le atmosfere stagnanti e claustrofobiche tipiche della band di Robert Smith. Qui lo sguardo è decisamente più distaccato, meno immersivo, con le chitarre arpeggiate che evocano una malinconia osservata ma non vissuta in prima persona. Mentre Disintegration è uno sguazzare continuo in tali atmosfere (che forse risultano anche più oscure in un album di quella portata), Wound è pervaso da un senso di serenità tragica.

L’album si chiude coerentemente con due brani: Caves, e la title-track Wound chiudono il cerchio richiamando i temi inizialmente presentati.

In sostanza, Wound possiamo definirlo un lavoro decisamente maturo, coerente e ricco di riferimenti ben assimilati rispetto alla precedente quadrilogia Elements. L’album si basa sulla permanenza in una certa atmosfera e non rulla progressione narrativa. Al contempo, la visione della natura come rifugio, luogo di rivelazione e rinascita viene enfatizzata e resa personale. Il messaggio all’ascoltatore è quello di vedere le ferite non solo come dolore, ma con nuovi occhi. Una ferita è anche accesso, paesaggio interiore. Il dolore si trasforma, e diventa spazio e possibilità.

Dopo i precedenti EP, il debutto su lunga distanza dei Sea of Days si colloca con piena consapevolezza nel panorama contemporaneo del dream pop/post- shoegaze. Da seguire con attenzione.

Voto: 7.5/10

 

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