C’è un punto preciso in cui le relazioni smettono di essere rifugio e diventano attrito. È lì che si muove “api”, il nuovo singolo de iBuca: una canzone che non prova a salvare nulla, ma resta dentro la crepa, osservandola da vicino.
Tra silenzi che pesano quanto le parole e immagini che bruciano senza fare rumore, il duo costruisce un racconto fragile e lucidissimo sull’attaccamento, su quel bisogno ostinato di restare anche quando sarebbe più semplice lasciarsi andare.
In questa intervista abbiamo provato a entrare in quel punto sospeso: tra ciò che finisce e ciò che continua, tra quello che siamo stati e quello che, nonostante tutto, scegliamo ancora di essere.

iBuca
In “api”, il vostro nuovo singolo, usate una metafora molto forte: due api che si feriscono fino a distruggersi. Da dove nasce questa immagine e quanto è legata a qualcosa di vissuto?
Nasce da una sensazione che conoscono in tanti: quando due persone continuano a volersi bene o a cercarsi, ma a un certo punto si fanno male più di quanto si aiutino. L’immagine delle api ci piaceva perché è delicata, ma ha anche qualcosa di pericoloso. Ci rappresentava bene quel tipo di rapporto lì. È legata al vissuto, sì, ma non a un episodio preciso: più a un insieme di cose provate, viste, attraversate.
C’è una frase che ci ha colpito: “se deve finire, che sia in fiamme”. È più una dichiarazione romantica o una presa di coscienza un po’ amara?
Più una presa di coscienza, anche se detta in modo molto acceso. Non volevamo romanticizzare il disastro. Più che altro volevamo raccontare quella tendenza che a volte abbiamo a restare dentro qualcosa fino all’ultimo, anche quando capiamo che sta facendo male. Neil Young ha detto: “it’s better to burn out than to fade away”
Dal punto di vista sonoro, “api” lavora molto sui vuoti e sulle tensioni. Quanto è stato importante lasciare spazio al silenzio nella costruzione del brano?
È stato fondamentale, perché il brano chiedeva esattamente questo: non essere spiegato troppo. Ci sembrava che il silenzio potesse fare una parte del lavoro emotivo che spesso affidiamo agli arrangiamenti. I vuoti in “api” non sono pause decorative, sono zone in cui la canzone quasi trattiene il respiro. Ci piaceva l’idea che la tensione non arrivasse solo da ciò che entra, ma da ciò che manca, da quello spazio che non consola e non risolve.
Questo brano quanto anticipa il mondo di “1955” il vostro nuovo album in uscita in estate?
Lo anticipa abbastanza, ma senza riassumerlo del tutto. “api” è una delle sue stanze, non la casa intera. Dentro c’è sicuramente un modo di scrivere e di suonare che appartiene a quel disco: l’idea di tenere insieme delicatezza e attrito, luce e rovina, senza scegliere per forza una sola direzione. Però “1955” avrà anche altri movimenti, altri colori. Ci piace pensarlo come un lavoro che non cerca una posa unica, ma una specie di verità emotiva, anche quando è contraddittoria.
Il vostro immaginario sembra sempre molto visivo. Se vi chiedessimo di pensare ad una scena, dove si svolgerebbe “api”?
La immaginiamo in un posto che dovrebbe essere vivo e invece ha qualcosa di spento: una festa finita troppo tardi, con i bicchieri ancora in giro e il rumore che ormai è diventato solo ronzio. “api” per noi succede lì, nel momento in cui restano due persone e tutto il resto è già andato via. C’è ancora calore, ma non consola più.
Nei vostri brani torna spesso il tema dell’attaccamento emotivo. Pensate che sia qualcosa di generazionale o semplicemente umano?
Probabilmente è umano prima ancora che generazionale. Ogni epoca cambia il linguaggio con cui racconta la dipendenza affettiva, la paura di perdere, il bisogno di essere scelti. Ma il nucleo resta molto antico. Forse oggi siamo più bravi a nominare certe fragilità, meno bravi a sostenerle davvero. A noi interessa raccontare quella zona senza trasformarla né in una posa né in una colpa: come qualcosa di profondamente umano, e per questo difficile da semplificare.
Leggi anche –> “Tutto è Possibile – La Grande Festa” i Finley festeggiano i 20 anni di carriera!
