Apalis – “Dai Ciliegi”: quando la musica sceglie di sottrarsi

Apalis - Dai Ciliegi

Ci sono progetti che cercano di farsi vedere e altri che, al contrario, scelgono deliberatamente di scomparire. Apalis appartiene alla seconda categoria. Nessun volto da associare alla musica, nessun profilo social da seguire, nessuna immagine costruita intorno all’artista: resta soltanto l’ascolto. Una scelta radicale, soprattutto in un momento in cui la musica sembra spesso inseparabile dalla presenza continua sui social.

Apalis - Dai Ciliegi

Apalis – Dai Ciliegi 

“Dai Ciliegi”, uscito l’11 settembre 2026, è il primo passo dentro questo universo. E già dal suo titolo si intuisce una canzone che non ha fretta di spiegarsi. Le ciliegie che cadono, quelle rovinate dal vento o beccate da un fringuello, diventano una piccola scena naturale attraverso cui raccontare qualcosa di molto più grande: l’imperfezione, la colpa, il bisogno di essere accolti e la possibilità di cambiare.

Il testo si muove per immagini e simboli, lasciando che sia l’ascoltatore a trovare il proprio significato. Al centro c’è la figura del “Padrone”, non tanto come giudice quanto come presenza capace di scegliere, accogliere e salvare ciò che torna sui propri passi. È una riflessione spirituale che non cerca risposte immediate e che proprio per questo acquista una certa forza: non racconta la redenzione come qualcosa di semplice, ma come una possibilità che passa anche attraverso il riconoscimento delle proprie fragilità.

Anche la musica segue questa direzione. Il brano si muove in uno spazio rarefatto, fatto di sintetizzatori, atmosfere sospese e una voce che sta a metà tra il canto e la recitazione. Non c’è la necessità di riempire ogni spazio: al contrario, il silenzio e la sottrazione diventano parte integrante della composizione. Il risultato sfiora il cantautorato più colto, lo spoken word e l’art pop, ma senza sembrare interessato a stare dentro una definizione precisa.

“Dai Ciliegi” richiede un ascolto diverso da quello veloce e distratto a cui siamo ormai abituati. Non è un brano che cerca di catturare l’attenzione in pochi secondi, né sembra interessato a trasformarsi in un contenuto da consumare insieme a mille altri. Chiede semplicemente di essere ascoltato.

Ed è forse proprio qui che il progetto Apalis trova il suo senso più interessante: nel tentativo di restituire alla musica un tempo che oggi sembra sempre più difficile concederle. Non un artista da seguire, ma un’opera da incontrare. Non un’immagine da costruire, ma qualcosa da ascoltare e lasciare sedimentare.

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