Alessandra: “Prima bisogna lasciare spazio alla magia, e solo dopo possiamo metterci la testa”

Per Alessandra, il successo di “Queen of Kings” non è stato soltanto il punto di svolta della sua carriera, ma anche un’esperienza che le ha permesso di conoscersi meglio come artista. L’Eurovision le ha aperto una dimensione internazionale, ma le ha anche imposto di confrontarsi con aspetti meno visibili del mestiere, compresi alcuni problemi alla voce che l’hanno costretta a fermarsi e a ripensare il proprio modo di cantare.

Oggi, con “Head Over Water” e un nuovo album in lavorazione, Alessandra sembra aver trovato un equilibrio diverso tra istinto e consapevolezza. La sua doppia identità italiana e norvegese continua a essere parte del suo modo di vivere e di fare musica, mentre la partecipazione a “Dancing with the Stars” le offre l’occasione di esplorare una forma di performance completamente nuova. In questa fase, anche il palco diventa qualcosa da ripensare: non soltanto un luogo in cui cantare, ma uno spazio da abitare con tutto il corpo.

 

Alessandra intervista

  1. Hai vissuto una parte importante della tua carriera internazionale molto presto, con Eurovision e il successo di “Queen of Kings”. C’è qualcosa che, guardando oggi a quella Alessandra, pensi di aver imparato proprio grazie a quel periodo?

Eurovision mi ha dato davvero tantissimo, non solo dal punto di vista professionale. Mi ha permesso di conoscere molto meglio il mondo della musica e di capire tante cose su di me come artista.

Dopo il concorso ho avuto dei problemi importanti con la voce, ed è stato un periodo che mi ha costretta a fermarmi e ad ascoltarmi. Ho dovuto imparare a trattare la mia voce con più cura, a capire come usarla correttamente e, soprattutto, a conoscerla meglio. Anche se non è stato sempre facile, credo che quell’esperienza mi abbia resa una cantante e un’artista migliore.

Ma se penso a tutto quello che Eurovision mi ha dato, la cosa che mi emoziona di più è che oggi posso davvero vivere di musica. Quando ero bambina sognavo di poter fare questo nella vita, e a volte mi fermo a pensare che sto vivendo proprio quel sogno. È una cosa che non do mai per scontata.

  1. Il tuo essere italo-norvegese non è soltanto un elemento biografico, ma entra anche nel modo in cui ti presenti come artista. Ti capita di sentire che una delle due culture emerga maggiormente in determinati momenti della tua musica o della tua vita?

Credo che la mia parte italiana emerga maggiormente, soprattutto quando si tratta di musica e di raccontare il mio mondo interiore. Però devo dire che, nella vita privata, sto imparando abbastanza bene a bilanciare queste due culture che, sotto alcuni aspetti, sono molto diverse.

Forse la differenza che sento di più è nel modo di vivere le emozioni e i rapporti con le persone. La parte italiana di me è molto più passionale, espressiva e istintiva: se voglio bene a qualcuno, probabilmente lo faccio capire in tutti i modi possibili. La parte norvegese, invece, mi ha insegnato molto di più a rispettare gli spazi, a essere indipendente e a non sentire il bisogno di riempire ogni silenzio.

Anche nel modo di comunicare noto delle differenze. Gli italiani possono essere molto diretti, gesticolare, parlare tutti insieme e mettere tantissima energia anche nelle conversazioni quotidiane. In Norvegia, invece, sento molto di più quella calma, quel rispetto per lo spazio dell’altro e quella capacità di stare anche nel silenzio senza che debba per forza significare qualcosa.

Penso che nella vita privata queste due parti di me si siano ormai mescolate abbastanza bene. Mi piace aver imparato dalla Norvegia a essere più indipendente e tranquilla, ma quando si tratta di musica, di emozioni e di raccontare quello che ho dentro… lì resto italiana a vita.

  1. Con “Head Over Water” inauguri una fase in cui stai lavorando a molta musica nuova. Quanto spazio lasci oggi all’istinto durante la scrittura e quanto invece sei diventata più consapevole nel costruire una canzone pensando a come vuoi che venga ascoltata?

Penso che, inizialmente, una canzone nasca da una dimensione completamente istintiva. È importante non pensare troppo, lasciarsi andare e aprire quei canali attraverso cui le muse possono fare il loro lavoro.

In quella prima fase cerco di non giudicare niente e di non chiedermi se quello che sto facendo sia giusto o meno. Lascio semplicemente che le idee arrivino.

Poi, una volta che la parte più istintiva ha fatto il suo lavoro, posso diventare più consapevole e usare anche la logica: scegliere cosa tenere, cosa cambiare, come costruire la canzone e darle una forma.

Credo che per me sia proprio un equilibrio tra queste due parti: prima bisogna lasciare spazio alla magia, e solo dopo possiamo metterci la testa.

  1. Hai costruito negli anni una presenza scenica molto riconoscibile. Quando lavori a un nuovo brano, pensi già a come potrebbe trasformarsi dal vivo oppure preferisci che sia la canzone, una volta nata, a suggerirti come portarla sul palco?

Spesso, già durante la fase di scrittura, mi immagino come potrei esibire quella canzone dal vivo. In realtà è una cosa che mi aiuta molto anche a capire la canzone stessa.

Mi chiedo come vorrei sentirmi sul palco, come vorrei muovermi, dove vorrei esplodere con l’energia e dove invece lasciare spazio a un momento più intimo. A volte è proprio immaginando la performance che capisco meglio cosa manca alla canzone o quale direzione voglio darle.

Per me, quindi, la scrittura e la performance sono molto più connesse di quanto possa sembrare: mentre scrivo la canzone, in qualche modo sto già iniziando a viverla sul palco.

  1. Tra la nuova musica e la partecipazione a “Dancing with the Stars” ti trovi davanti a due forme molto diverse di performance. C’è qualcosa che speri di imparare da questa esperienza televisiva che vorresti poi portare con te anche nel modo di stare sul palco come cantante?

Partecipando a Dancing with the Stars vorrei soprattutto imparare a stare ancora meglio sul palco. Vorrei lavorare sulla postura, sul modo in cui mi muovo e, soprattutto, imparare a far passare le emozioni non soltanto attraverso la voce, ma attraverso tutto il corpo.

Mi affascina molto l’idea di poter raccontare qualcosa senza dire una parola. Io sono abituata a usare la voce per esprimere quello che sento, quindi imparare a comunicare attraverso un movimento, uno sguardo o semplicemente il modo in cui occupo lo spazio sul palco sarà completamente nuovo per me.

E penso che mi farà vivere la musica in una maniera diversa. Forse mi aiuterà anche a lasciarmi andare ancora di più, a non pensare troppo e a sentire quello che sto facendo con tutto il corpo. È proprio questa parte che non vedo l’ora di scoprire.

 

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