Storie è il primo album dei Mona Grant, dieci canzoni uscite il 16 ottobre per La Rue. Nella presentazione la band lo riassume così: qui non c’è spazio per la condanna o l’assoluzione, ci sono piuttosto storie di persone che vivono a modo proprio e che prima o poi si trovano davanti a una scelta, e dove persino non scegliere ha un suo perché.
Per questa intervista siamo partiti dall’idea di disco che c’è dietro Storie e da quello che la band vorrebbe lasciare a chi lo ascolta.

Mona Grant intervista
“Storie” è un album che rifiuta la divisione manichea tra eroi e vittime. Quanto conta per voi mostrare la complessità delle persone attraverso la musica?
Mi interessa raccontare quello che fanno i personaggi, le loro scelte e le conseguenze che ne derivano. Sono storie che, in qualche modo, sento di capire, anche quando riguardano situazioni lontane dalla mia esperienza diretta. Non credo però che raccontarle significhi dover dare delle risposte o stabilire chi abbia ragione e chi torto. Mi piacerebbe che chi ascolta riuscisse semplicemente a guardare oltre il proprio punto di vista, considerando che esiste sempre qualcosa che non conosciamo, una parte della storia che ci sfugge. Non necessariamente per cambiare idea, ma almeno per mettere in discussione la convinzione che il nostro modo di vedere le cose sia l’unico possibile.
Il nome Mona Grant fonde un omaggio al blues di Bo Diddley con il verbo inglese “to grant” (accordare). Questo legame con le radici americane si sente ancora nella vostra scrittura o si è trasformato in qualcosa di completamente nuovo?
Il blues è ancora una componente importante del nostro modo di fare musica. A volte è proprio il punto di partenza di un brano, altre volte ne rimane soprattutto l’attitudine, l’anima, un certo modo di suonare e di interpretare le cose. Nel tempo la scrittura ha preso strade diverse, aprendosi al rock e ad altre influenze, ma non credo che questo significhi essersi allontanati dalle proprie radici. Piuttosto, significa averle assimilate e lasciarle emergere in forme diverse, senza dover necessariamente rimanere dentro una definizione precisa.
Tra i dieci racconti del disco incontriamo un personaggio curioso come l’Orso in Terre di Malia. Ci raccontate cosa si nasconde dietro questo brano specifico?
Orso è un personaggio che rivendica il proprio diritto di vivere senza legami nel senso più convenzionale e formale del termine e che non rinuncia alla sua libertà per paura di rimanere solo. Questo, però, non significa che sia incapace di vivere rapporti intensi o momenti destinati a rimanergli dentro. Anzi, forse è proprio il suo modo di vivere a permettergli di attraversare certe esperienze senza doverle necessariamente trasformare in qualcosa di stabile o definito. Mi interessava raccontare anche questo modo di stare al mondo, senza giudicarlo e senza dover stabilire se sia giusto o sbagliato.
Avete registrato il disco mantenendo un’impronta organica e “suonata”. C’è stato un momento particolare durante le registrazioni in studio in cui avete capito che l’album stava prendendo esattamente la forma che volevate?
I brani erano nel cassetto da diverso tempo e, devo dire, oggi non sono quelli delle prime take. Hanno subito un’evoluzione, un cambiamento, quasi come se fossero loro stessi a suggerirmi la direzione da prendere. Ho cercato di ascoltarli anche in questo senso, senza rimanere necessariamente legato all’idea iniziale. C’era poi una cosa che per me era importante: Storie non doveva essere un insieme di singoli, ma un organismo nel suo complesso, capace di salire e scendere, di alternare diversità e dinamiche. Volevo che i brani, pur mantenendo ciascuno la propria identità, trovassero un equilibrio nell’ascolto dell’intero disco.
Passare dalle prime esibizioni di cover blues e rock nel 2018 al primo album di inediti nel 2026 è stato un lungo viaggio di maturazione. Qual è la lezione più importante che avete imparato come band lungo questa strada?
Sicuramente è cresciuta la consapevolezza ed è maturata la voglia di fare ciò che mi piace, anche contravvenendo a quello che si dice si debba fare. Come band, poi, abbiamo maturato sempre più la voglia di divertirci sul palco e, allo stesso tempo, di provare a trasmettere qualcosa che vada oltre il momento stesso della musica. Non so se questo accada davvero a chi ci ascolta, ma è sicuramente qualcosa a cui tengo. Mi sento ancora nel mezzo di questo percorso e, sinceramente, spero che sia ancora lungo e capace di portarci dove oggi nemmeno immaginiamo.
Se doveste scegliere un brano di “Storie” da far ascoltare a chi non vi conosce affatto per presentare la band, quale scegliereste e perché?
Musicalmente sceglierei Michelle o Sixto Ride o Lacrime di Legno, anche se per ragioni diverse. Sono brani che hanno avuto una loro evoluzione nel tempo, sia nella struttura sia nella ricerca del suono, e questo è un aspetto a cui tengo molto. Sixto, in particolare, è una canzone a cui sono molto legato forse la più intima. Faccio fatica, però, a individuare un unico brano che possa rappresentare tutto Storie: il disco è fatto di racconti e atmosfere diverse, e credo che sia proprio nell’ascolto complessivo che emerga meglio la sua identità.
