Ci sono dischi che inseguono il tempo in cui escono e altri che sembrano sottrarsi volutamente alla sua frenesia. Giornate a Righe, album di debutto di Giovanni Leo scritto insieme al pianista e compositore Ilario Ferrari, appartiene decisamente alla seconda categoria. Nato oltre dieci anni fa tra Roma e Londra e pubblicato solo oggi, il lavoro conserva intatta la propria identità, dimostrando come alcune idee riescano a rimanere attuali proprio perché non sono mai state pensate per rincorrere le tendenze del momento.
In questa intervista Giovanni Leo racconta la lunga gestazione di Giornate a Righe, il dialogo creativo con Ilario Ferrari, il lavoro sviluppato tra Roma e Londra e la scelta, oggi quasi controcorrente, di pubblicare un album pensato per essere ascoltato nella sua interezza. Un confronto che mette al centro il valore della collaborazione, della scrittura condivisa e di un’idea di musica che chiede tempo, attenzione e disponibilità all’ascolto, restituendo in cambio un’esperienza costruita con cura, lontana dalle logiche del consumo veloce.
È difficile incasellare “Giornate a Righe” in un genere preciso. Era un obiettivo fin dall’inizio oppure il disco ha trovato da solo la propria identità?
Non c’era un obiettivo strategico preciso. Sicuramente l’unica vera intenzione era quella di non vincolarci alle mode passeggere, ma di scrivere per il puro piacere di farlo. Volevamo intraprendere una sorta di viaggio nella scrittura musicale e vedere dove saremmo andati a finire. C’era una visione di base che riguardava il set-up degli strumenti e una certa cifra stilistica, ma il disco ha trovato la sua identità più definita e profonda muovendosi in corso d’opera.
Il pianoforte e gli archi hanno un ruolo centrale nell’album. Cosa hanno portato gli arrangiamenti di Ilario Ferrari alla tua scrittura?
Il pianoforte e gli archi hanno impresso un carattere fortissimo al sound, indirizzando i brani lungo sentieri ben precisi. Gli arrangiamenti di Ilario hanno coinciso con un suo momento artistico di profonda e incondizionata ricerca musicale. Sotto questo aspetto hanno arricchito enormemente il disco, “costringendomi” a non sedermi mai e a rimanere sempre vigile e reattivo. A volte quei sentieri erano impervi e scomodi per una linea vocale che aveva il compito di raccontare storie, ma è proprio da quella tensione che è nata la magia del disco.
Tra i brani spicca “AI-KO”, che oggi sembra quasi anticipare molte riflessioni sull’intelligenza artificiale. Come è nata questa canzone?
Circa dieci anni fa lessi su Wired un articolo che parlava di intelligenza artificiale. Aiko era il nome di un androide sviluppato dal ricercatore Le Trung per replicare i comportamenti e i movimenti umani. Rimasi affascinato da un passaggio in cui AIKO sembrava quasi rimanere vittima dei suoi stessi schemi di programmazione.
Da lì mi è venuto in mente un pattern ritmico ossessivo e ostinato, diventato poi l’impronta digitale del brano, sviluppata successivamente dal violoncello di Marco Pescosolido e dagli Ondanueve String Quartet in una suite di musica da camera minuziosamente arrangiata. Su quel tappeto sonoro ho cucito un racconto in prima persona: la voce di un robot che oscilla tra glitch linguistici, il sogno impossibile della mortalità e la paranoia esistenziale di chi non sa se sta elaborando un pensiero proprio o se è solo il prodotto del sogno di qualcun altro.
Con Ilario Ferrari avete lavorato prima fianco a fianco e poi a distanza tra Roma e Londra. In che modo è cambiato il vostro metodo di lavoro?
Il metodo profondo in realtà non cambia: si basa sempre sullo scambiarsi idee, sul reagire in maniera attiva ai cambiamenti proposti dall’altro e sul trovare una sintesi comune. Questa è una condizione mentale, non geografica.
A cambiare sono stati semplicemente i mezzi tecnologici. Oggi si può lavorare in due studi agli antipodi del globo condividendo lo stesso software in tempo reale e scambiandosi file alla velocità della luce, per poi magari spostarsi e trovarsi di persona per le sessioni finali. Devi solo decidere come organizzarti. In fondo, le grandi collaborazioni a distanza esistevano anche quando ci si spediva i nastri per posta; oggi è solo tutto più immediato.
In un’epoca dominata dai singoli, avete scelto di pubblicare un album da ascoltare nella sua interezza. Quanto era importante difendere questa idea?
Era scritto nel DNA stesso di questo progetto. Questa musica aveva bisogno di spazio per svilupparsi su più brani, attraverso l’evoluzione di temi, note, strutture musicali e continui rimandi testuali e sonori. Un tempo un lavoro del genere si sarebbe chiamato “concept album”. Oggi non so se questa definizione sia ancora attuale; forse come parola resiste perché è anglosassone, ma riflette molto poco il modo distratto in cui le persone fruiscono la musica oggi. Per noi, però, difendere questa forma di ascolto era l’unico modo possibile.
Quale reazione speri di suscitare in chi ascolterà “Giornate a Righe” dall’inizio alla fine?
Dall’inizio alla fine sono poco più di 36 minuti, già un bel salto in avanti. Spero che lasci la percezione di un modo diverso dal solito di intendere la musica e le parole. O, più semplicemente, spero che spinga le persone a fermarsi un attimo e a godersi il viaggio.
Quindi dai, sentitelo dall’inizio alla fine prima che mi ritorni l’ansia, decida di tirarlo giù da Spotify e dalle piattaforme digitali e distrugga tutte le prove!

